Mio padre fucilato con Ciano

FERRARA. Sessant'anni da quell'11 gennaio 1944: era martedi, a Verona, nel poligono di Forte Procolo, venivano fucilati alla schiena Emilio De Bono, Galeazzo Ciano, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi. Erano stati condannati a morte dal Tribunale speciale straordinario, istituito espressamente per colpire i 'traditori", cioè i componenti il Gran Consiglio del Fascismo che, nella seduta del 24 luglio 1943, avevano votato l'ordine del giorno presentato dal conte Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Il documento invitava il Re Vittorio Emanuele III a riprendere il comando delle Forze Armate che il 10 giugno 1940, allo scoppio della seconda guerra mondiale, era stato delegato a Benito Mussolini, duce del fascismo e capo del governo, ma apriva insieme la crisi del sistema fascista.
La tragica pagina è stata sempre rivissuta nell'intimo dei sentimenti dal figlio di Carlo Pareschi, classe 1898, ferrarese di Poggio Renatico, nato da famiglia di agricoltori. Ora, ed è la prima volta, nella sua casa di Mantova, il figlio, dottor Giancarlo Pareschi (per tanti anni a capo del Consorzio agrario provinciale mantovano, dopo aver diretto quelli di Bari, Belluno e Cuneo) ha accettato di parlare di quegli eventi dolorosi con un giornalista. La storia familiare si inserisce nella storia italiana, raccontata con commozione ma con esemplare pacatezza, senza che il tempo abbia attenuato il dolore e l'iniquità di quello che, più di un processo, era stata una vendetta. «Mio padre era soltanto un tecnico - mi dice - a capo di un ministero tecnico come quello dell'Agricoltura e foreste. Il suo non era stato un voto politico ma perchè il Re riprendesse le sue prerogative istituzionali con il comando delle Forze armate, alleggerendo il lavoro del capo del governo».
Carlo Pareschi aveva combattuto nella prima guerra mondiale come sottotenente d'artiglieria. Laureatosi in Agraria a Bologna, frequentava coetanei ferraresi destinati a ben maggiori e diverse notorietà, come Italo Balbo e Filippo de Pisis. Dal primo incarico di segretario delle Cooperative a Poggio Renatico partiva un itinerario dentro la Confederazione fascista degli agricoltori: presidente provinciale a Parma, poi segretario generale a Roma.
VOLONTARIO IN AFRICA.Aveva sposato Letizia Benfenati, anche lei di Poggio Renatico, erano nati Giancarlo, Edda e Maria Luisa. Con la guerra del '40 si era arruolato volontario, capitano d'Artiglieria in Africa settentrionale. Rientrato in Italia, lo attendeva l'incarico governativo: i rimpasti allora era politicamente corretto chiamarli 'cambi della guardia" e Pareschi veniva nominato ministro dell'Agricoltura, oltre che Alto commissario all'alimentazione, ruoli delicati nel clima delle produzioni di guerra e dei razionamenti. Entrava di diritto nel Gran Consiglio, dove trovava altri ferraresi: Luciano Gottardi di San Bartolomeo in Bosco, presidente della Confederazione dei lavoratori dell'industria; Umberto Albini di Portomaggiore, sottosegretario agli Affari interni e Annio Bignardi, della Stellata di Bondeno, presidente della Confederazione dei lavoratori agricoli.
«Le varie fonti - rileva Pareschi - concordano sull'atteggiamento di mio padre nella storica seduta del 24 luglio». E tra le fonti, molto particolareggiato è l'ampio resoconto del processo, che ricostruisce i precedenti, pubblicato il 12 gennaio 1944 dal quotidiano 'La Voce di Mantova", insieme con la notizia dell'avvenuta esecuzione dei condannati.
Dalla deposizione dell'imputato nell'aula di Castelvecchio e dall'arringa difensiva dell'avvocato Bonsembiante, si può ricavare che il 23 luglio 1943 Pareschi era come sempre al lavoro nel suo ufficio al ministero. Ettore Frattari, presidente della Confederazione degli agricoltori, quindi membro di diritto, gli chiedeva di che cosa si sarebbe occupato il Gran Consiglio convocato da Mussolini per il 24 luglio. «Non so proprio - è la prima riunione alla quale partecipo» era la risposta del ministro, che il giorno dopo entrava in Palazzo Venezia soltanto un quarto d'ora prima dell'inizio della seduta.
Grandi aveva appena il tempo di parlargli del suo ordine del giorno e gli assicurava che ne era a conoscenza Carlo Scorza, segretario del Partito. Alla fine della seduta, durata quasi dieci ore e chiusa alle 2.40 di domenica 25 luglio, l'ordine del giorno Grandi era passato con 19 voti favorevoli, 7 contrari, un astenuto.
IL COLPO DI STATO.Carlo Pareschi avrebbe pagato con la vita quel voto, entrato in un giro politico ben diverso da quello da lui supposto e diventato infatti strumento di un vero colpo di Stato. «Credevo fosse in discussione soltanto la questione militare, mai pensato che il Duce dovesse dimettersi». Nella deposizione in aula, ricordava di essersi lamentato con Tullio Cianetti, ministro delle Corporazioni, perchè nell'ordine del giorno non si faceva cenno alla situazione interna, nel mentre erano stati già avviati provvedimenti importanti, frenati dalla burocrazia e dal rifiuto dei comandi militari di collegarsi operativamente con il suo dicastero.
Dopo l'8 settembre e l'occupazione nazista, avrebbe potuto scappare o nascondersi, invece rimaneva a Roma, dove la polizia della Repubblica sociale italiana lo arrestava nell'ottobre 1943, trasferendolo a Verona, carcere degli Scalzi, insieme con De Bono, Gottardi, Marinelli, Cianetti e Ciano, che un aereo della Lutwaffe aveva portato da Monaco di Baviera a Villafranca, scortato dalle Ss.
Nel programma del governo della Rsi, ai primi posti figurava la punizione dei 'traditori del 25 luglio" e infatti il processo veniva aperto a Verona l'8 gennaio, con un collegio giudicante che l'ambasciatore del Reich in Italia Rudolf Rahn descriveva composto da 'fascisti provati e fanatici, molti hanno le più alte decorazioni di guerra e secondo Pavolini (Alessandro Pavolini, segretario del Partito fascista repubblicano), offrono la massima garanzia che, specialmente nel caso Ciano, pronunceranno la sentenza di morte».
L'ORDINE DI ESECUZIONE.Verdetto scontato, dunque, dopo tre giorni di dibattito. Uno dei giudici, l'avvocato Enrico Vezzalini, capo della Provincia di Ferrara, aveva chiesto e ottenuto di interrogare alcuni degli imputati, non però il conterraneo Pareschi ed era stato duro con loro. Alle 14 del 10 gennaio, il presidente avv. Aldo Vecchini leggeva il dispositivo. Come gli altri condannati, Pareschi presentava domanda di grazia, mai arrivata a Mussolini, peraltro subito informato delle sentenze capitali dalla prefettura di Verona. Era Pavolini ad assumersi, come segretario del Partito, la responsabilità di respingerle. Ma a firmare l'ordine di esecuzione doveva essere un ispettore veronese della Guardia repubblicana, in piena notte. «Eravamo sfollati a Poggio Renatico - il ricordo di Giancarlo Pareschi, allora sedicenne - e poteva seguire nei tre giorni il processo lo zio Carlo Benfenati, podestà del paese, che andava in aula a Verona e ci riferiva. Attesa angosciosa e poi la notizia della condanna a morte. La mattina dell'11 gennaio, in casa nostra c'era un sottufficiale austriaco, Max Tributz, con una radio da campo collegata. Mia madre, io, le sorelle abbiamo sentito cosi che la sentenza era stata eseguita. Tutti i racconti della tragica conclusione concordano che mio padre si era comportato fino all'ultimo con dignità». Nel rapporto delle SS si legge che 'poco prima dell'ordine di fuoco un condannato, o Gottardi o Pareschi, gridò 'Viva l'Italia, viva il Duce!".
Il plotone d'esecuzione, dopo che i militari si erano rifiutati, era formato da 25 guardie repubblicane, agli ordini del maggiore Nino Furlotti, convocate per le 8. L'ordine di sparare veniva dato solo alle 9.02, dopo che il capo della Provincia di Verona, Pietro Cosmin, aveva comunicato ai condannati il rifiuto della grazia.