La fine del carnefice scatenò subito la vendetta fascista

La storia della Resistenza antifascista è spesso raccontata in chiave drammatica, attraverso persecuzioni, torture inenarrabili, carcere durissimo, fucilazioni, deportazioni, lotte eroiche contro i nazifascisti. Ma ci sono anche momenti a dir poco incredibili! Parlavamo, nell'ultimo articolo dedicato all'anniversario della caduta del fascismo (25 luglio 1943), della traduzione di Italo Scalambra dal carcere bolognese di San Giovanni in Monte alla Questura di Ferrara, dove il famigerato torturatore fascista maresciallo Mario Villani gli porge cordialmente la mano, conoscendolo come titolare di un noto bar del centro cittadino. Un agente della scorta gli sussurra: 'Ma guardi, maresciallo, che questo è il detenuto!". E il maresciallo ritira frettolosamente la mano, strofinandola sulla giubba, come se avesse toccato un appestato. E Scalambra gli ribatte: 'Le mie sono mani di un galantuomo!".
Ma di peggio è toccato a Benito Mussolini quando, dopo il suo arresto a Villa Savoia, viene sballottato in un paio di caserme e poi dirottato all'isola di Ponza (prima di essere portato a Campo dell'Imperatore, sulla Majella), dove sono detenuti al confino ras Immirù, che era stato animatore della Resistenza abissina; Tito Zaniboni che aveva progettato un attentato contro il Duce e, addirittura, Pietro Nenni. L'esponente socialista considerò la circostanza come 'uno scherzo del destino" e scrisse: 'Trent'anni fa eravamo in carcere insieme, legati da un'amicizia che pareva potesse sfidare il tempo e le tempeste della vita, basata come era sul comune disprezzo della società borghese e della monarchia. Oggi eccoci confinati nella stessa isola: io per decisione sua e lui per decisione del re".
Ma vi è anche l'aneddoto raccontato da Aldo Natoli, rinchiuso nel carcere di Civitavecchia: 'I rapporti fra i detenuti comunisti e i testimoni di Geova (questi ultimi fedeli al Comandamento 'Non ammazzare", rifiutavano di indossare uniformi e il richiamo alle armi) erano sempre corretti e leali. Si conversava insieme, ci scambiavamo libri. Essi fecero un fronte comune.
Spingevano il loro rigore fino a rifiutare (con la fame che c'era!) la pastasciutta che veniva offerta dalla direzione per festeggiare il 28 ottobre, anniversario della fondazione fascista. Per questo venivano duramente puniti".
Tre testimoni di Geova (Salvatore Doria, Narciso Riet e Luigi Hochreiner di Bolzano) vennero decapitati dai nazisti nel 1945.
Ma torniamo al criminale fascista maresciallo Mario Villani. La tortura dei detenuti era per lui una vocazione; era patologicamente un violento, gioiva per le sofferenze altrui. L'uniforme lo trasformava in un vero 'sergente di ferro", una specie di Javert. Giudicava la Resistenza antifascista semplicemente un 'disordine", una 'violazione delle leggi fasciste": non capiva che non l'avrebbe mai potuta fermare. Amava la gerarchia come odiava la democrazia. La persecuzione dei patrioti per il maresciallo Villani era un 'Dovere"! Un 'Credere, Obbedire, Combattere", come gli aveva ordinato il suo Duce! La famigerata e temutissima Squadra politica della Questura (diretta dal dott. Carlo De Sanctis e composta: dal brigadiere Baldassarre Lanzarotta e dagli agenti Pasquale Esposito, Fausto Cadelano, Giulio Valli di Forli, Mario Balugani di Focomorto, Antonio Manocchio, Antonio Del Negro, Domenico Apollonio, Luigi D'Ercole e dall'autista Ugo Roversi) si era macchiata dei più atroci delitti, sia a Ferrara che nel carcere di Codigoro. In base agli interrogatori effettuati dopo la Liberazione il più feroce aguzzino era l'agente Giulio Valli, che aveva creato gli strumenti di tortura 'V1" e 'V2" (il primo era un nervo di bue intrecciato e il secondo una gamba di sedia con sopra incisa: 'Maresciallo Villani, Presente!" con un teschio).
Ma la lotta di Resistenza contro gli invasori nazisti e i loro servi fascisti andava avanti con e senza tutti i marescialli Villani. Dopo l'eccidio del Castello estense la lotta continua, come dimostra la 'Relazione nº 4" inviata dal comandante partigiano Giuseppe D'Alema (padre del Presidente diessino Massimo) al Cumer (Comando Unico Militare Emilia-Romagna) in data 5 agosto 1944: «La 35.a Brigata GAP ferrarese prende il nome di 'Bruno Rizzieri", un valoroso Gappista caduto in una azione contro i fascisti. Il Comando della Brigata è formato da buoni elementi molto attivi: risulta composto da un comandante e da un vice (non ci è stato ancora possibile nominare il Capo di S.M.). Da un Commissario politico e da un suo vice. La forza della Brigata ammonta (ma è in continuo aumento) a una cinquantina di uomini. L'armamento in dotazione per il momento è molto esiguo e ammonta a: 20 rivoltelle di vario calibro; 4 mitra italiani; un fucile mitragliatore italiano; una pistola Maser tedesca; 7 moschetti; 2 bombe a mano circa per ogni Gappista». Pur tuttavia...
L'azione partigiana del 9 agosto 1944 è come una doccia scozzese per i repubblichini ferraresi, quando il Questore Visioli scrive il seguente rapporto al Capo della Provincia Altini: «Nel pomeriggio del 10 agosto 1944, verso le ore 15,45, il Maresciallo di P.S. Mario Villani, addetto a questo Reparto, mentre transitava in via Formignana diretto in Questura, all'altezza di via Carlo Mayr veniva proditoriamente colpito da uno sconosciuto con cinque colpi di pistola Beretta cal. 9, che gli producevano lesioni cosi gravi da causarne la morte breve tempo dopo, nell'ospedale di S.Anna ov'era stato subito portato. Il Maresciallo Villani, che era un ottimo sott'ufficiale, fervente Fascista, e che aveva portato a termine con esito felicissimo numerosissime operazioni di polizia giudiziaria e politica, durante un ventennio di sua permanenza a Ferrara, non godeva eccessive simpatie nella popolazione (sic!), perché ligio al proprio dovere, spesso aveva usato coi detenuti metodi violenti: tanto che vari reclami erano pervenuti contro di lui; parecchie volte era stato minacciato di morte ed inoltre si trovava sotto procedimento per maltrattamenti a detenuti a seguito di denunzia. Il delitto, anche nel modo in cui è stato eseguito, deve attribuirsi a vendetta politica non solo perché era un Vecchio Fascista, iscritto anche al Fascio Repubblicano, ma anche per avere preso attivissima parte ad una operazione di polizia politica tuttora in corso. che ha portato importanti risultati. Il suo assassinio è, senza dubbio, l'esecuzione del freddo proposito di sopprimerlo per intralciare l'opera dell'Autorità di PS. In seguito all'efferato assassinio, si è riunito nello stesso pomeriggio un tribunale straordinario il quale, valutati tutti i precedenti elementi, emetteva la condanna a morte per rappresaglia contro i seguenti individui: 1) Sivieri Tersilio Destino di Emilio e Villa Colomba, nato a Coccanile il 20.3.1913, abitante a Cocomaro di Focomorto - Borgo Marighella; 2) Droghetti Guido di Giuseppe e di Travagli Malvina, nato a Quacchio il 2.
4.1914, abitante a Pontegradella, via Pioppa 23; 3) Piccoli Amleto di Ettore e di Bevilacqua Giuseppina, nato a Pilastri di Bondeno il 25.1.1912, abitante in via Argine Ducale 460; 4) Bini Gaetano detto Mario fu Giovanni e fu Tebaldi Maria, nato a Rero il 27.6.1894, abitante in Borgo San Luca n° 137/d; 5) Fillini Guido fu Luigi e fu Bimbati Maria, nato a Occhiobello il 25.4.1898,
abitante a Francolino via Cristo nº. 31; 6) Bighi Romeo di Secondo e Rossi Mafalda, nato a Lagosanto il 20.6.1923,
abitante a Venezia Lido via Cipro 16/f; 7) Squarzanti Renato di Antonio e Cristofori Maria, nato a Ferrara il 2.6.1913, qui abitante in via Ravenna n.º 126; 8) Balestri Giovanni di Ermete e di Franzoni Licia, nato a Carpi (Modena) il 14.12.1920, residente a Crevalcore (Bologna) via Argine 41.
«I primi cinque perché coinvolti in modo indubbio nell'organizzazione comunista. Lo Squarzanti perché comunista irriducibile, pericolosissimo, sospetto autore di attentato con esplosivi contro l'Ufficio di Collocamento Germanico avvenuto l'8 luglio scorso. Il Bighi perché ribelle e sbandato confesso, elemento pericoloso in modo particolare per la sua scaltrezza. Il Balestri arrestato dalla Squadra Politica della GNR con altri tre, perché trovato in possesso ingiustificato di armi e perché già facente parte di bande ribelli. L'esecuzione ha avuto luogo alle ore 4,45 nei pressi del Cimitero della Certosa, mediante fucilazione da parte di un plotone d'esecuzione composto da agenti di P.S. e della G.N.R.. Essendosi dovuto procedere alla esecuzione dei condannati in due gruppi, appena eseguita la prima scarica, il Balestri, che si trovava nel secondo, e malgrado il controllo eseguito poco prima da agenti, evidentemente aveva potuto svincolarsi (sic), probabilmente per una conformazione del polso, dalle catenelle con cui era legato con altro detenuto, riusciva a darsi alla fuga e finora non è stato rintracciato. Si è subito disposto pel suo rintraccio. Firmato: Il Questore (Visioli)».
Nell'elenco non si parla di Mario Bisi e di Donato Cazzato, ex militare del foggiano, rimasto a Ferrara per partecipare attivamente alla lotta di Resistenza, anche se il nome di quest'ultimo appare sulle lapidi della Certosa che ricordano la fucilazione dei patrioti. Ma negli ambienti della Resistenza si sussurrava che le brigate nere fasciste avessero annegato il Cazzato (arrestato in quanto sospettato di aver fatto esplodere una bomba nell'Ufficio tedesco incaricato della deportazione in Germania di lavoratori ferraresi) in una vasca situata nel cortile dell'attuale Archivio di Stato, in corso Giovecca. Ancor più misteriosa la morte di Mario Bisi, arrestato con l'accusa di essere l'autore materiale dell'attentato al maresciallo Villani e crudelmente torturato per una intera giornata negli uffici della Questura (allora con sede nel Castello estense) dal commissario Carlo De Sanctis e dalla sua banda, prima di essere 'finito" con tre colpi di pistola. Ma lasciamo raccontare il sanguinoso episodio allo stesso De Sanctis, come risulta dal verbale dell'interrogatorio rilasciato davanti al Sostituto Procuratore dott. Antonino Buono, che condusse sapientemente le indagini dopo la Liberazione: «Ammetto che alcuni detenuti sono stati maltrattati anche col mio consenso; ammetto anche di aver partecipato materialmente. Tra costoro ricordo Bisi Mario e Zanella anche lui Mario. Circa l'episodio Bisi Mario posso dirvi che fu arrestato da me con tutta la mia squadra. Era accusato, da confidenze ricevute, di aver ucciso il maresciallo Villani e i militi Bordoni, padre e figlio, sul Ponte dell'Impero. Condotto in Questura il Bisi fu bastonato dagli agenti Cadelano e Valli. Anch'io schiaffeggiai il Bisi. Il Bisi, dopo una intera giornata di interrogatorio, firmò la confessione in cui si dichiarava colpevole degli omicidi Bordoni e Villani, in concorso con un certo Cazzato e di altre azioni di sabotaggio contro trebbiatrici ed edifici pubblici. Il Bisi rimase ammanettato, non ricordo se anche alle caviglie. Verso le 3 di notte venni svegliato dal Cadelano, il quale mi disse che il Bisi si era tirato un colpo di pistola alla gola, approfittando della mancanza di sorveglianza dell'agente Domenighini che si era addormentato con la pistola appoggiata sul tavolo».
Massacrato nel corso di una intera giornata di torture, ammanettato mani e piedi, ebbe la forza di attraversare la stanza per imposessarsi dell'arma e tentare il suicidio? Incredibile! Chiamato il medico dott. Baldi, continua De Sanctis: «Scambiai qualche parola con gli agenti circa l'opportunità o meno di abbreviare la sofferenza del Bisi. Ammetto che è strano il fatto delle nostre intenzioni di abbreviare le sofferenze del Bisi».
Gli agenti Cadelano e Domenighini - su invito del commissario De Sanctis - gli spararono due colpi alla testa: cuori pietosi!
Le torture dei fascisti erano cosa di ogni giorno e molte decine furono le testimonianze al processo seguito con orrore da tutti i ferraresi, attraverso i radiodiffusori. Ne ricordiamo almeno una. Il testimone Ghetti (che poi divenne Sindaco di Portomaggiore) accusò particolarmente l'agente Balugani per la crudeltà delle sue torture. La spudorata risposta di Balugani sollevò, per un momento, una risata generale: «Ma se le abbiamo riservato un trattamento di favore!».
La storia come fini? Dalla condanna a morte nel processo in prima istanza per i ventitré delitti e le torture commesse, si passò all'ergastolo in Cassazione il 12 febbraio 1946 e, tre anni dopo, davanti alla Corte di Macerata, all'assoluzione dell'intera banda De Sanctis. La Giustizia è uguale per tutti! Ricordiamolo nell'anniversario dell'eccidio della Certosa.