Accusato di una truffa da 150.000 euro

GROSSETO Barbara Dettori, l'avvocato Goffredo D'Antona, Santina Latella presidente dell'associazione antimafie Rita Atria e Nadia Furnari vice presidente della stessa associazione sono state ricevute ieri dal procuratore capo Raffaella Capasso dopo aver consegnato agli uffici di via Monterosa l'esposto sulla morte del padre di Barbara, il maresciallo Mario Alberto - radarista a Poggio Ballone la notte del disastro di Ustica (1980) - ritenendo che vi siano elementi tali da far concludere che il sottufficiale non si sia suicidato, nel 1987. A dare notizia dell'incontro è Furnari. «Adesso siamo in stand by - si limita a dire la vicepresidente - aspettiamo che la Procura svolga i suoi accertamenti sul caso, nel rispetto dei ruoli di ciascuno, come abbiamo fatto per il caso di Sandro Marcucci». L'associazione attende a breve dal ministro della difesa Roberta Pinotti una risposta sul caso di Mario Ciancarella. (p.s.)di Pierluigi Sposato wGROSSETO Si fa fatica a pensare a lei come una donna fragile, lei che si era trovata nel pieno dell'emergenza Concordia e che aveva diretto con piglio e sacrificio buona parte delle fasi di soccorso e recupero, per mesi. Lei non è una sprovveduta. Eppure anche Giorgia Capozzella, già comandante dell'ufficio circondariale marittimo di Porto Santo Stefano, ha avuto una debolezza, se così si può chiamare: quella di innamorarsi. E, soprattutto, quella di aiutare il compagno - che le ha anche dato una figlia - quando questi le aveva chiesto del denaro. Quasi un anno di prestiti («non donazioni») per quasi 150.000 euro. Fino a che l'ufficiale, esasperata e dopo aver scoperto che la storia non era quella giusta, aveva sporto querela. Giorgia Capozzella è costituita parte civile - e d'accordo con il suo avvocato a fine udienza ha accettato che venisse pubblicato il suo nome - nel processo per truffa che si sta celebrando davanti al giudice Giovanni Puliatti nei confronti di Alessandro Lelli, quarantuno anni, di Scarlino. Qui però l'attività politica non c'entra. Lelli, che non era presente all'udienza e che è assistito d'ufficio dall'avvocato Simone Aldi, deve rispondere di vari versamenti, documentati mediante assegni o bonifici, artifici e raggiri che avrebbero fatto leva sulla relazione sentimentale. Lui, secondo l'accusa, si sarebbe presentato come comproprietario di una parafarmacia e socio di un centro clinico; avrebbe presentato documentazione bancaria che la fidanzata aveva poi scoperto come contraffatta; avrebbe giocato sulla propria solidità lavorativa, facendo credere che avrebbe potuto restituire il denaro. Avrebbe anche accampato pretesti - e questo Capozzella l'ha detto in aula - sulla propria situazione matrimoniale, sullo stato di salute della mamma, su altre questioni. Si fa fatica a credere che una storia del genere possa essere avvenuta, così come Capozzella l'ha indicata nelle cinquanta pagine della querela (più 35 allegati) e riassunta ieri davanti al giudice, rispondendo alle domande del suo avvocato, Antonello Madeo. Si tratta di versamenti consistenti. Il primo, il più ingente, da 55.000 euro: «Mi aveva raccontato che aveva commesso un errore quando lavorava in un'assicurazione e che aveva dovuto pagare una mediazione. Che quei soldi gli erano stati prestati da una zia che li aveva poi rivoluti indietro improvvisamente». Capozzella versò 50.000 con assegno e il resto in contanti. Ci fu poi una questione di prelievi anomali dal conto dell'ufficiale: «Avevo pensato a una clonazione del mio bancomat. Poi mentre andavo a protestare in banca, Alessandro mi confessò che quei prelievi li aveva fatti lui, con il bancomat che raccontò essere stato trovato da sua figlia in auto, e che si era vergognato a dirmelo. E io lo perdonai». C'erano tante cose che non andavano. Ma in quel periodo Capozzella era impegnata giorno e notte per la Concordia e non aveva motivo di dubitare (ad esempio di un suo investimento in un centro commerciale), anche se lui non si faceva vedere per qualche tempo. Il legame era talmente forte che era nata una figlia e che, una volta lasciata la Maremma, Capozzella e Lelli avevano pensato di comprare una casa a Roma. Ma anche qui erano sorti problemi: «Ho perso la caparra». Si è parlato di assegni non andati a buon fine, di contatti con notai e commercialisti, di telefonate: solo visti a posteriori a lei era risultato tutto strano, tutto costruito. «Io ero innamorata». E non erano bastati gli avvertimenti dei suoi familiari. Poi la misura era risultata colma ed era partita la querela. Il processo è di fatto terminato, manca soltanto la parte finale, la discussione. Le parti si ritroveranno a maggio: e a maggio sarà deciso il destino di Lelli.