«Mi manchi mio complice» In mille per l'addio ad Ale

di Federico Lazzotti wINVIATO A VIGONE (TORINO) Giulia è l'ultima a salutare Alessandro: è la sorella maggiore, ha 15 anni, il naso all'insù del padre Davide e i lineamenti e i colori di mamma Laura. È ritta dietro al pulpito quando sopra al leggio apre il messaggio d'addio che ha scritto per il fratello scomparso lunedì a pochi metri dalla casa dei nonni: «Ciao Ale, mio complice, a te non è mai mancato il sorriso, non aspettavi altro che diventare grande. Quando stavo male mi stuzzicavi e riuscivi a farmi ridere. Ovunque tu sia, sarai il mio complice per sempre. Ti voglio bene, Giulia». Dentro e fuori dalla chiesa di Santa Maria in Borgo, nel centro di Vigone, frazione delle langhe nella cintura torinese, lacrime e applausi si fondono. Oggi è lutto cittadino nel paese di origine della famiglia Nicola: sulle saracinesche dei negozi sono stati appesi dei cartelli su cui è scritto semplicemente: "Ciao Ale". In piazza sono scesi in tanti, forse più di mille per l'ultimo saluto a quel ragazzino infinito che ha vissuto da nomade e pensato da grande. Per ripararsi dal sole che picchia sul sagrato e dal dolore che picchia il cuore, l'unica salvezza è l'ombra delle case basse in mattoni vicino alla basilica e le rassicurazioni del Signore. Davanti all'ingresso sfilano gli amici con i quali Alessandro ha giocato fino a lunedì pomeriggio all'oratorio: arrivano da una stradina laterale e indossano magliette colorate che hanno disegnato, sopra ci sono gabbiani stilizzati e raggi di speranza; i compagni di classe, partiti da Montenero e sistemati lungo la navata laterale, tengono in mano una rosa bianca e steso vicino al feretro uno striscione con le lettere blu. «Nessuno - si legge - muore sulla terra finché vive nel cuore di chi resta». I compagni di squadra delle giovanili del Livorno, invece, stretti nelle divise amaranto, hanno lasciato un pallone con le loro firme a pochi passi dal pulpito. Intorno ad adolescenti che scoprono la morte e il distacco, il mondo dei grandi cerca e aspetta risposte. Non importa che si tratti di giocatori professionisti, ce ne se sono tanti in chiesa, dirigente, oppure di quelli anziani che hanno visto Didì, come chiamano qui Davide Nicola, diventar allenatore, padre e uomo. Lo sa il parroco che prima di iniziare l'omelia dà uno sguardo alla bara bianca: sopra i gagliardetti di Livorno e Genoa, una sciarpa del Lumezzane e tanti fiori. «Tu vedi il dolore di questa famiglia - ripete il sacerdote - noi affidiamo Alessandro a te padre buono. È una tragedia che non ha umanamente risposta. Questo non vuole essere solo un rito. C'è poco da capire, ma tanto da accogliere. Caro Alessandro - prosegue - non ti ho conosciuto direttamente ma quando lunedì sera ho incontrato tuo papà, lui mi ha detto: «Noi sei eravamo sempre insieme, è un brutto colpo ma ci tireremo su». Davide Nicola, camicia bianca e pantaloni scuri, ascolta e carezza la testa del più piccolo dei suoi figli. Mentre i ragazzi in magli amaranto che ha fatto diventare uomini che giocano a pallone lo guardano. «Si fa fatica - prosegue il parroco - a ricordare chi ci lascia e la fatica cresce quando c'è un giovane. Troppa la rabbia umana, che nella nostra mente fa nascere i perché. Quasi in attesa di vederlo rientrare in casa. La mia generazione cantava con Bob Dylan e ripeteva che: risposta non c'è. Perché la morte non ha pietà di nessuno. Si spegne la luce e non si sa più dove andare, come il buio negli orti degli olivi. Ma da quella situazione si può e si deve uscire». Il ritratto che viene fuori di Alessandro è quello che emerge dai racconti degli amici e dal suo testamento: la tesina con la quale il mese scorso aveva brillantemente superato gli esami di terza media. «La sua era la gioia di parlare, capiva le esigenze degli altri. Era molto legato ai fratelli, sensibile, un ragazzo che andava all'oratorio e domani avrebbe cantato alla fine del campus. Purtroppo in questa vita si passa e non tutti hanno l'opportunità di stendere le cose e i pensieri, Alessandro il suo testamento lo ha lasciato durante la sua tesina sul nomadismo: "Ho scelto questo argomento perché che fa parte della mia vita...". Per scrivere queste cose serve un cuore grande. Ecco perché dovete essere fieri di Ale, con lui avete lavorato bene, lo avete educato al bene. Dovete tenere il ricordo stretto nel vostro cuore perché è un stato ragazzo capace di sognare. Insieme diamo continuità al pensiero di Ale». Così non morirò, anche se manca già a molti.