IL FUTURO AZZURRO

di Valentino Beccari La Corea del terzo millennio indossa una maglia celeste e il giustiziere non è un insegnate di ginnastica di Pyongyang di nome Pak Doo Ik ma un fiero centrale uruguaiano che corrisponde al nome di Diego Godin. Nel 1966 la nazionale di Edmondo Fabbri al rientro in Italia fu travolta da insulti e pomodori quella di Cesare Prandelli sbarca alla Malpensa e a Fiumicino nell'indifferenza generale. Anno zero. E così la Nazionale si trova all'anno zero senza certezze ma al centro di una lotta di potere che deve riscrivere l'organigramma del palazzo e del settore tecnico. Insomma, c'è da nominare il nuovo commissario tecnico ma eleggere anche il presidente federale, il padrone di casa. E le due cose sono necessariamente legate: chi nomina l'allenatore si assume anche la paternità della scelta con tutti gli oneri e gli onori. La situazione non è chiara, quasi di impasse. Sembra di essere all'indomani delle elezioni politiche dello scorso anno ma senza un Giorgio Napolitano pronto a sacrificarsi per un nuovo mandato. Ma ci sono anche delle scadenze da rispettare. Già, perché il 4 settembre ci sarà l'amichevole con l'Olanda e le convocazioni dovranno essere diramate almeno una settimana prima e quindi è chiaro che per il 20 agosto la Figc dovrà stipulare un contratto d'affitto con il futuro inquilino della panchina azzurra. In effetti il nuovo ct potrebbe essere nominato dal presidente facente funzioni con il consenso delle parti in causa. Del resto nel 2006 Roberto Donadoni venne investito della carica dall'allora commissario della Federcalcio Guido Rossi. Le grandi manovre. Gl intrighi di palazzo sono già in corso d'opera e dalla sua sdraio presidenziale al Circolo dell'Aniene Giovanni Malagò sta architettando la successione di Abete anche se ufficialmente rivendica la neutralità del Coni. In realtà il suo uomo è Demetrio Albertini, vicepresidente federale dimissionario, ex centrocampista dai modi gentili e di buone letture che gode anche dell'appoggio di due componenti elettive importanti come Calciatori e Allenatori. L'ex giocatore del Milan vuole la nomina in tempi rapidi del ct. Non la pensa così il suo rivale nella corsa presidenziale Carlo Tavecchio, dirigente di lungo corso, cresciuto nelle sezioni di periferia e arrivato nell'anticamera della stanza dei bottoni. Il suo "portafoglio" può contare sui voti delle tre Leghe e sui suoi Dilettanti. Non è certo un rottamatore del pallone ma un distinto signore di 70 anni, espressione di un gruppo di potere che si è consolidato nei corridoi della Figc e nei comitati regionali. La prima mossa in chiave elettorale l'ha fatta ieri: «Nel Consiglio federale di lunedì chiederò formalmente ad Abete di ritirare le dimissioni – ha detto Tavecchio – anche per il bene della Nazionale e del calcio italiano. Ritengo impensabile l'ipotesi di un'assemblea elettiva per l'11 agosto prossimo, prima di allora dovremo avviare le nostre procedure e scegliere i candidati». Una cosa è certa: Tavecchio ha una visione francescana del calcio e fosse per lui il ct dovrebbe uscire dalla "cantera" di Coverciano come fu ai tempi di Bearzot e Vicini e in ogni caso il nuovo selezionatore non dovrà percepire un ingaggio di mercato. Ma questo non sembra un ostacolo anche perché i candidati rimasti in corsa non avrebbero problemi ad accettare l'offerta economica della Figc. Già, perché Luciano Spalletti sembra tagliato fuori dai giochi, prigioniero di un contratto in essere da cinque milioni con lo Zenith, qualche chances la conserva Francesco Guidolin ma il vero confronto è tra Massimiliano Allegri e Roberto Mancini. Entrambi sono buoni maestri di calcio e hanno gestito spogliatoi eversivi come quelli di Milan e Inter al cui confronto quello della Nazionale sembra un collegio svizzero. Il primo è un praticante del "4-3-3", il secondo un sostenitore del "4-3-1-2" ma nessuno dei due è un ortodosso del modulo. Entrambi sanno stare in panchina e, particolare non trascurabile, frequentano i salotti bene del calcio. ©RIPRODUZIONE RISERVATA