Il mio ultimo musical per salvare un sogno chiamato "Cinecittà"

di Luciano Donzella Il musical è sempre stato la sua grande passione. Se vai a spulciare la filmografia, ma anche le apparizioni televisive di Christian De Sica, il megashow Las Vegas style lo trovi un po' dovunque. Frammenti a volte virtuosistici, a volte divertenti. Come dimenticare "Belli freschi" con Banfi: correva l'anno 1987 e lui impazzava fra paillettes e piume di struzzo nei panni attillatissimi di una procace cantante nera. Insomma una love story che dura da trent'anni. E ora eccolo tornare in scena con questo "Cinecittà", un musical di due ore che affronta a 63 anni suonati col sorriso a 32 denti, i capelli finalmente brizzolati e i modi signorili che sussurrano ai nostri cuori un altro amatissimo nome: quello di papà Vittorio. L'appuntamento è per martedì 21 alle 21 al Teatro Verdi di Montecatini. Diretto da Giampiero Solari, che ha curato il copione con De Sica, Riccardo Cassini e Marco Mattolini, lo show vede il ritorno sul palco dell'attore romano dopo "Parlami di me" del 2007. Ambientato nello Studio 5 di Cinecittà, fra sketch e canzoni lo show ripercorre 70 anni di storia dello spettacolo dai "telefoni bianchì" ai cinepanettoni, attraverso i racconti di Christian De Sica. I ricordi dell'attore sono però solo il fil rouge di un allestimento di dimensioni inusuali almeno per l'Italia. Un musical, appunto, e non uno one-man-show: un'orchestra di 20 elementi, 8 ballerini e tre attori/cantanti (Daniela Terreri, Daniele Antonini e Alessio Schiavo) a costruire gli sketch che punteggiano la trama di fondo. «Sono molto soddisfatto di questo spettacolo _ dice De Sica _ c'è tanta energia, e il pubbolico in queste prime uscite ha mostrato di percepirla e ci ha accolto alla grande». Il musical è una sua antica passione, e Cinecittà è un po' casa sua: c'è molto di Christian De Sica in questo spettacolo. «E' vero, da sempre quando posso faccio cose legate al mondo del musical. E quest'anno ho deciso di portare in scena questa mia passione. Anche perché se non lo faccio ora non lo faccio più, non è facile stare in scena per due ore cantando, ballando e recitando, praticamente non ho un momento di pausa, a questa età è impegnativo, ma le soddisfazioni non mancano, e il pubblico sta rispondendo molto bene. Martedì sarò a Montecatini, che per ora è la mia unica data in Toscana, ma per la prossima stagione ho intenzione di tornare anche a Firenze e a Pisa. Che poi è la mia città: da anni infatti ho preso casa a San Giuliano, qui vengo a riposarmi e qui ho i migliori amici. Con la Toscana del resto ho sempre avuto un ottimo rapporto. Ma il colpo di fulmine scoccò nel 1996, quando venni a girare un mio film, "Tre", alla Villa Reale di Marlia. Mi innamorai di queste colline e dopo poco acquistai la casa di San Giuliano». Parliamo di Cinecittà. Cosa rappresenta per lei? «Per me è una grossa parte della mia vita, ma è più importante ciò che rappresenta per tutti: "Chi sa i nomi degli studios spagnoli o francesi? Nessuno, ma tutti nel mondo conoscono Cinecittà". Apro lo spettacolo con questa frase . Poi racconto non la storia degli studios, ma la mia storia a Cinecittà, quella che ho vissuto, che conosco. Dagli albori, dalla prima pietra posata da Mussolini che intendeva farne un trampolino per le ambizioni di cartapesta del fascismo, agli americani che ne fecero la Hollywood sul Tevere, e ancora gli anni in cui è diventata la casa del cinema italiano, fino ai miei cinepanettoni, e a oggi con le fiction, i reality, le pubblicità. Si può veramente raccontare questo Paese attraverso la storia degli studi. Una storia che deve continuare». L'appello è rivolto ai proprietari degli studios perché si impegnino a tutelare l'integrità e l'identità di Cinecittà, perché «se distruggono Cinecittà distruggono la fabbrica dei sogni, e di sogni oggi come non mai c'è tanto bisogno». Qual è la cosa più bella che ha fatto nella sua carriera? «Non è un film, né uno spettacolo: la cosa più bella per me è avere avuto la costanza e la forza di andare avanti. Da ragazzino mi chiedevo "Ma tu che vuoi fare?" sapendo che la gente pensava "facile, quello è il figlio di De Sica", ma io sono io, e grazie a Dio sono testardo come un muflone sardo, e nonostante molte avversità ce l'ho fatta». Un problema che oggi ha suo figlio Brando, che sta cercando di affermarsi come regista. Pochi giorni fa in un'intervista ha detto "Non chiedo aiuto alla famiglia, ma seguo i consigli di mio padre: lui ha imparato tutto in fretta, quando è morto mio nonno gli ha lasciato un mare di debiti. Solo con tanti sacrifici, piano piano, è riuscito a fars valere…" . «Sì, sono molto fiero dei miei figli, Brando e Maria Rosa. E sono molto preoccupato per il loro futuro. Purtroppo gli stiamo lasciando un Paese alla deriva, e i giovani faticano molto più di noi per farsi strada. basta guardare cosa succede in questo mestierre. In Italia 30 anni fa si giravano 340 film all'anno, ora sono 60, c'è meno lavoro per tutti. Sì, il tempo passa e io sono preoccupato, so che hanno dei numeri, ma oggi può non bastare». L'intervista a suo figlio si chiudeva con un auspicio: all'età di Brando, 30 anni, lei recitava in "Liquirizia" e suo padre Vittorio faceva "Dura minga" con Melnati, e non avevate espresso neanche l'1% delle vostre potenzialità… «Vero. Mi associo all'auspicio». ©RIPRODUZIONE RISERVATA