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Un monumento ai minatori amiatini

di Fiora Bonelli wCASTEL DEL PIANO A Castel del Piano ci sarà a breve un monumento in memoria dell’estrazione della farina fossile, che per il paese ha rappresentato, con quelle del tannino e delle terre gialle, l’attività mineraria casteldelpianese. Castel del Piano, infatti, non possedeva miniere di mercurio come molti altri paesi della zona, ma fin dall’Ottocento ha dato vita a un’economia fiorentissima con l’attività estrattiva. La farina fossile, i casteldelpianesi l’hanno sempre poeticamente chiamata «latte di luna», perché le diatomee di cui è composta, raccolte in banchi grigiastri, dopo l’essiccazione si trasformano in una polvere impalpabile e bianchissima, utile a essere impiegata per isolanti, argille espanse, filtri. Nome poetico, ma mortale, perché il latte di luna è stato per moltissimi operai responsabile della silicosi. Un lavoro duro, massacrante, quello di escavazione del latte di luna, che a Castel del Piano nacque nel 1913 sotto la direzione del conte Rimbotti, proseguì con la Solmine, poi con la gestione di Paul Jomme detto «il francesino» e infine con Winkelmann e Crida, società che sfruttò le cave fino al 1970, anche se lo stabilimento di raffinazione della Casella proseguì fino al 1978, utilizzando materia prima che arrivava da Viterbo, Algeria e Cina. Le due cave di Castel del Piano erano quella di Campogrande e della Casella. L’escavazione e la lavorazione occupava un centinaio di addetti e creava un vivacissimo indotto nel trasporto e nel commercio. Adesso quell’area mineraria è attraversata dalla strada di circonvallazione, mentre una porzione di cava è stata trasformata nel parco comunale del Laghetto dei cigni. Quasi più nessuno, specie i giovani, sa oggi che quel parco è luogo di una storia di sacrificio e di lavoro durissimo e dunque, di memoria collettiva. «Un pezzo di storia – commenta il sindaco Claudio Franci –. Qui per quasi un secolo hanno scavato con piccozze e pale lavoratori veri. Mi pare opportuno ricordarlo con un monumento al minatore della farina fossile, da erigere nel prato dentro al parco». Per realizzare l’opera si è scelta la scultura. Dovrà essere scolpito un operaio di farina fossile, lavorando un masso di peperino, tipico dell’Amiata di non facile esecuzione. I bozzetti li ha disegnati l’artista locale Cristina Pellegrini e fra poco ne sarà uno. La pietra sarà scolpita da Umberto Dondolini, nativo di Abbadia San Salvatore. I grandi massi si trovano già sistemati in uno spazio del parco. ©RIPRODUZIONE RISERVATA