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di Ilaria Bonuccelli Ha sperimentato «il terrorismo psicologico» delle banche. Le telefonate «ogni cinque minuti, la decisione di toglierti il libretto degli assegni, la carta di credito, il bancomat». Conosce i meccanismi di revoca dei fidi. E ha imparato che fra i clienti che non ti pagano ci sono «quelli che ci marciano». Giuseppina Virgili è una di loro: un'imprenditrice che, dopo 22 anni, ha perso l'azienda di confezioni a Scandicci. Per questo, la gente si fida di lei. E si rivolge al suo Comitato piccoli imprenditori invisibili da tutta Italia, gli oltre 2mila iscritti, raccolto in poco più di un anno. Chiedono assistenza legale, commerciale. Più spesso di non sentirsi soli. E' capitato anche - racconta Giuseppina, come la chiamano con familiarità sul blog - che qualcuno l'abbia contattata per confessarle che stava per uccidersi. Un imprenditore le ha perfino lasciato il numero dei suoi genitori per avvertirli. Da San Miniato, dove ha sede il comitato, è riuscito a rintracciarlo e a fermarlo. Oggi lavora in Sicilia. «Ma questo non pone fine alla crisi esplosa ora, ma iniziata anni fa». Quando è iniziata davvero questa crisi? «Per molti di noi nel 2008. Non se ne parlava, ma i sintomi c'erano già tutti. I clienti non pagavano, la banca ti chiamava continuamente facendo del terrorismo psicologico: siccome non riscuotevi, dovevi rientrare subito del fido, altrimenti ti portavano via tutto, casa compresa». Come definirebbe questo atteggiamento? «Una sorta di stalking bancario. Spesso anche usura a seconda dei tassi di interesse applicati. Il comitato valuta i contratti degli associati e, se è il caso, promuoviamo anche le denunce. L'assistenza legale è gratuita: spesso, infatti, gli imprenditori avrebbero le carte in regola per promuovere cause contro banche, enti, Stato ma non lo fanno perché non hanno più mezzi. Noi glieli forniamo». Le è capitato di recente un caso di un imprenditore messo in ginocchio da una banca? «A Montelupo. Un imprenditore della ceramica aveva bisogno di 100mila euro per l'attività. La moglie aveva aperto un negozio collegato alla produzione. Ha, quindi, chiesto un mutuo. Per concedergli questo importo, la banca ha preteso a garanzia la sua casa, quella dei suoi genitori e anche la loro pensione. Valore complessivo, 700mila euro. Intanto, un'altra banca, viste le difficoltà di liquidità, gli ha tolto assegni, carte di credito. Ora può lavorare solo con i contanti. I fornitori, però, gli danno i materiali solo se paga cash. Lui è così in difficoltà che non ha più pagato le bollette della luce e neppure l'assicurazione dell'auto. Non è un caso isolato. Ed è così da anni». Però solo ora la crisi sembra esplodere: perché? «Perché finora noi abbiamo attinto ai nostri risparmi. Abbiamo mascherato la crisi tamponando con quello che avevamo messo da parte e con quello che avevano messo da parte i nostri genitori che sono stati la nostra Caritas. Ora non sappiamo più dove andare a prendere i soldi». Quindi? «Bisogna prendere provvedimenti. Non servono le manifestazioni di piazza. Bisogna contrastare, la concorrenza sleale». Concorrenza sleale? «In Toscana noi siamo stati uccisi dai cinesi. Sullo stesso territorio non si può lavorare con regole diverse: non possono convivere persone inquadare regolarmente con gente pagata 3 euro l'ora. Un cappotto finito non può costare 8 euro e 80 euro a seconda di chi l'ha confezionato». Ma che cosa le chiedono gli imprenditori quando la contattano? «Dicono che si sentono persi, abbandonati ed è vero. Eppure la micro-azienda (fino a 20 dipendenti diretti), in Italia, rappresenta il 61% del Pil . Da noi trovano un punto di riferimento. Non si sentono giudicati. Ecco perché siamo a oltre 2000 associati, di cui 300-350 in Toscana. E aumentano ogni giorno». Che cosa c'è alla base della crisi delle loro aziende? «Spesso tutto comincia con il cliente che non ti paga. Molti sono anche in malafede: usano la crisi come scusa per non saldare i conti. Per le piccole aziende, anche crediti di 5mila o 10mila euro possono fare la differenza. Se poi i crediti da 10mila euro cominciano a essere una decina, un imprenditore arriva ad avanzare centomila euro. Ma a noi non conviene quasi mai andare per vie legali. Se presenti un'ingiunzione, devi accollarti le spese legali e alla fine quasi sempre cerchi un accordo. Così se recuperi qualche cosa, riscuoti sempre dopo molto tempo. Quando magari sei già rovinato. C'è un associato che ha un fallimento che dura da 27 anni. Altri rischiano istanze di fallimento che poi si rivelano infondate, ma nel frattempo le aziende sono saltate e la gente è rimasta senza lavoro. E non si ricolloca: gli imprenditori che si rivolgono a noi, infatti, hanno in media fra i 50 e i 70 anni». Ma come si esce da questa situazione? «Noi una proposta di legge l'abbiamo presentata per impedire alle banche di mandare case e soprattutto macchinari da lavoro all'asta. Se mi togli gli strumenti di produzione, come posso pagare i debiti? L'appoggia solo il Pdl. Il Pd non è pervenuto. In Toscana a noi non si è mai interessato».