La toscanità scorbutica che isolò artisticamente il grande Marcucci

di Adolfo Lippi L'affettuosa mostra che il comune di Pietrasanta dedica a Mario Marcucci, a cura di Sandro Parmeggiani (fino al 28 aprile), apre una necessaria discussione sulle fortune commerciali, ma anche critiche, dello straordinario pittore viareggino scomparso nel '92.Fu Marcucci un artista assai noto agli intellettuali del tempo, da Moravia a Garboli, da Luzi a Delfini. Ebbe critiche importanti su "Il Corriere della Sera" e premi che dovevano essere il viatico ad una affermazione almeno nazionale. Ed invece Marcucci continua ad essere dimenticato e da Vittorio Sgarbi e perfino da Flavio Caroli, per citare due tra i critici più necessari al tempo nostro, i quali giungono sempre a Morandi e Sironi; ma lì si fermano non osando penetrare la pittura che segue. Anche Sandro Parmeggiani, che ha presentato Marcucci in questa mostra nel chiostro di Sant'Agostino, si è chiesto le ragioni di tanta dimenticanza; e ne ha dato una spiegazione direi psicanalitica. Marcucci sarebbe pressoché ignorato perché era di indole schiva, un corrucciato caratteraccio che amava soltanto starsene in disparte. Contro il mondo. Invece non è proprio così. Marcucci frequentava giornalisti, pittori, poeti, scrittori. In tanti lo hanno conosciuto ed apprezzato. Solo che la sua pittura non è ben capita, non viene ben collocata, poiché, a partire dagli anni '50, l'industria culturale s'è a Milano indirizzata, per volontà degli architetti, verso l'arte astratta per case colme di luci, vetri,specchiature richiedenti opere senza contenuti intimisti, ed a Roma s'è impegnata su storie politiche, da Guttuso a Calabria, con quadri-manifesto che istigavano alle rivoluzioni. Marcucci non fu, dunque, di moda. A sostenerlo poi non vi era una rete di conoscitori d'arte potenti. Marcucci, a parte un breve periodo romano, gravitava nell'area fiorentina e Firenze, dopo i roventi anni '30, era ormai fuori tema. Si prefiguravano, dopo il '50, gli "apocalittici e gli integrati", ben descritti da Umberto Eco nella sua disamina semiotica, e l'arte di Marcucci, così toscana cosi "strapaesana" non aveva più pilastri a sostenerla né movimenti capaci imporla.Del resto le stesse cose si potrebbero dire sull'altro viareggino, Lorenzo Viani; anche se lui, più di Marcucci, fu davvero protagonista di una stagione ruggente. Ma pochi, nel dopo-guerra, l'hanno apprezzato. Lo ritengono "antico", non lo sanno interpretare e viene mantenuto bene solo alla GAMC di Viareggio. Con qualche apparizione qua e là nelle mostre sul '900. Anche su Viani si è fatto e si fa poco. Si risponde: "con la nostra epoca non c'entra". Ahimè, è la vulgata diffusa. Invece si potrebbe fare e molto spendendoci un po' di quattrini (con mostre a Parigi o a Londra); eppoi, ecco la fortunata contingenza, accostandolo a tutta quella corrente di pensiero che, a partire dalla Francia (con Jean Clair o Marc Fumarolì), ha visto in Italia riemergere col "Manifesto del nuovo realismo" di Maurizio Ferraris i valori forti delle cose usuali e concrete che rendono felici. Marcucci è in ciò un precursore. Quando tutti inseguivano i consumi, i nuovi idoli del benessere, dalle auto di lusso alla Pop Art, dalla tv allo sfrenato positivismo dell'elettronica, egli s'intestardiva a dipingere fiori e patate, tante patate. Questa mostra di Pietrasanta (pur non scientifica e non ben spiegata da necessaria documentazione) espone ritratti folgoranti, fatti di niente. Marcucci dipingeva con quattro segni e poco colore. Eppure dava con efficacia la suggestione di un tempo forte, deciso, come per Masaccio e Morandi (suoi maestri), un tempo rivolto al senso pieno della figura, non agli sfarfallamenti che la abbelliscono e la distraggono. Marcucci, scarnificando, graffiando la tela, affaccia sempre il nocciolo più vero, segreto, perché è la reale costruzione dell'uomo e delle cose. Certo se Mario Marcucci viene rivolto all'800, a Pascoli, ai crepuscolari, ai poeti lagnosi e appartati, la sua arte risulterà passata e negativa. La mostra di Pietrasanta avrebbe potuto fare un po' di più. Riscattarlo da una certa patina di poverismo regionale. Si poteva, anche dal punto di vista organizzativo, renderla meno legata all'amore dei possidenti le opere, più efficace ad un pubblico di visitatori da educare. Comunque è la sua arte, alla fin fine, a parlare. Le marine, le piazzette viareggine, le darsene, gli autoritratti in canottiera, tanti pezzi mai visti perché troppo tenuti dai proprietari, fanno risultare ancora una volta (dopo la mostra a Lucca curata da Antonella Serafini e quella alla GAMC curata da Alessandra Belluomini Pucci), quanto Marcucci ha saputo dare, con modestia con abbandono totale, al "sacro" alla poetica del quotidiano. Egli, di ciò, è, come Montale, un testimone socratico. Perché profondamente conosce se stesso. I turbamenti, le ambiguità, la tenerezza alla vita.