Giustizia per mio fratello che osò sfidare il boss

Era un uomo onesto, Calogero. Uno con la schiena dritta, che amava la fatica del lavoro e della vita che non cede al compromesso, all'omertosa contiguità. L'hanno ammazzato a 45 anni. «Mio fratello credeva nello Stato, così gli avevano insegnato in Finanza», racconta Piera Tramuta, 56 anni, siciliana emigrata a Carmignano nel '68. La storia di Calogero Tramuta assomiglia a quella di tanti siciliani della sua generazione. Nel 1970 ha diciotto anni, da due lavora a Prato come meccanico in un'officina. Il suo sogno però è di entrare nella Guardia di Finanza. E ci riesce, vince il concorso. «Una carriera fra il centro Italia e il nord», dice Piera. «La chiude a Prato e va in pensione giovane, a 42 anni. Voleva tornare nella sua terra, così nel 1993 si trasferisce a Villafranca Sicula, in provincia di Agrigento». Calogero compra un pezzo di terra e coltiva arance, i frutti li vende ai grandi mercati di Agrigento e a Palermo, se la cava bene. A Villafranca però impera il boss Emauele Radosta, 24 anni, uno feroce. Il paese sta tra Lucca Sicula e Burgio, una zona che è chiamata "il triangolo della morte". «L'attività di Calogero entra in rotta di collisione con la mafia», dice Piera. «Cominciano le minacce, i sabotaggi ai trattori, i carichi di arance improvvisamente marciscono». Calogero il 27 aprile del 1996 dice basta: va in piazza e di fronte a tutti sfida il boss, ci litiga, lo accusa. «Passarono 4 ore, poi Radosta mandò un sicario alla pizzeria in cui era andato a mangiare mio fratello. Calogero uscì, entrò in macchina e gli furono scaricati addosso 26 colpi di mitraglia». Oggi il boss è in carcere, condannato a 28 anni. «Il processo è stato veloce, ma mio fratello per lo Stato non è una vittima di mafia, chi l'ha ucciso - dice la sentenza - l'avrebbe fatto per un litigio finito male. I giudici non hanno attribuito al gesto la matrice mafiosa». Piera non si è mai rassegnata, ha scritto al presidente della Repubblica, al ministro della Giustizia, ai politici e al prefetto di Sciacca. «Non è stato un omicidio di mafia?», continua a ripetere, «non è tipico dei mafiosi usare i sicari? Per di più pagato al prezzo di un permesso di soggiorno, uno straniero che sarebbe stato disposto a tutto pur di ottenerlo? Fuori da quella pizzeria c'erano almeno dieci persone che hanno visto eppure gli unici a parlare sono stati i titolari del locale, che oggi sono costretti a vivere in anonimato e in esilio». (m.n.)