di M. Antonietta Schiavina Farsi raccontare l'infanzia da un personaggio pirotecnico come Mario Cardinali, fondatore e direttore del Vernacoliere, non è semplice, tanto più in una torrida mattinata d'agosto, quando a fatica respiri e lui invece, a 75 primavere, piroetta senza una goccia di sudore. Laureato in scienze politiche, giornalista, pittore, poeta, qualche esperienza come attore “serio” da ragazzo e anche produttore di pubblicità, l'istrionico livornese dalla penna di fuoco, ironizza: «Ero alto come adesso, non sono più cresciuto» e spiega che, invece di giocare, lui doveva, come tanti bambini della sua epoca, cercare di sopravvivere. Si infervora rispolverando i ricordi: «Chi è cresciuto sotto le bombe non può dimenticare». E il suo amarcord va ai tempi dello sfollamento, quando il 22 maggio 1943, «pochi giorni prima del bombardamento che fece uno spicinìo a Livorno», a 6 anni si rifugiò con la famiglia, «la mamma, il babbo, mia sorella Graziella che ha due anni più di me, e mio fratello Umberto, ancora in fasce», nella campagna intorno a Fauglia (in provincia di Pisa), dove restò fino all'estate del '44. «Ho davanti agli occhi alcuni flash precisi: la gente che spingeva la carrette con le poche cose da portar via, i posti di blocco degli americani, i militari coi fucili corti». Lo sfollamento. Mario rammenta con tenerezza il babbo, «un uomo intraprendente, neppure le bombe riuscivano a fermarlo», che si preparava le sigarette con la carta gialla usata per fare i pacchi. Veniva quasi tutti i giorni a Livorno in bicicletta, perché nessuno aveva il coraggio di passare sotto i bombardamenti e la gente si rivolgeva a lui per qualunque necessità: chiodini del calzolaio, le semenzine, cibo che scarseggiava. Noi bambini si giocava con i proiettili recuperati, a cui svuotavamo la polvere, o si preparavano dei soldatini che poi si facevano esplodere, a rischio di saltare in aria. Impossibile dimenticare quei momenti». Bucine. Dopo Fauglia Cardinali si sposta a Bucine (nell’aretino). «Noi stavamo in una capanna con accanto una grotta scavata nel tufo, il nostro rifugio durante i bombardamenti. Quando mitragliavano ci cadevano addosso pezzi di terra e mio padre, aiutandosi con un materasso, si appoggiava al tavolato della grotta per proteggerci dai crolli. Dopo un raid aereo notturno, uscendo dal rifugio, la mattina presto, trovammo le schegge fumanti, e nei nostri giacigli, preparati con felci intrecciate, si erano conficcati spezzoni di bombe. Per fortuna dopo poco arrivarono gli americani e distribuirono a noi bambini cioccolato e caramelle. Che felicità». Mario Cardinali si sente protagonista di un pezzo di storia, anche se poi il racconto talvolta si inceppa, fa un passo indietro, sposta la scena. «Babbo mi portava sempre con sé- prosegue - andavamo nei campi di grano, dopo che il frumento era stato tagliato, per raccogliere i residui delle spighe, che schiacciavamo con una macchina artigianale, in modo da preparare la farina per il pane. Una volta arrivò il contadino con il fucile. Voleva spararci, ma mio padre gli si mise davanti urlando: «Se vengono i tedeschi non hanno bisogno di portar via nulla, perché tu gli offri quello che hai pur di stare tranquillo e a noi che siamo italiani e moriamo di fame ci vuoi ammazzare? Ricordo ancora la faccia di quell'uomo, che si fermò, mise per terra il fucile e chiese scusa, dandoci anche dell'altro grano. Se ho avuto paura della guerra? Solo una volta, durante un rastrellamento dei tedeschi. Babbo aveva comprato a Livorno una botticella di acciughe che teneva su un carretto per venderla. Ma arrivarono i soldati e lui scappò con altri uomini, infilandosi nella botola dietro il bancone di un negozio. Io gli ero accanto, rimasi fermo, atterrito, senza capire cosa stesse succedendo. Al suo ritorno la botticella non c'era più, l'aveva sequestrata la milizia italiana». I libri calpestati. Un'altra volta- continua Cardinali- «provai molta amarezza. Eravamo tornati a Livorno, con il permesso di occupare le case dove poi avremmo potuto abitare, se non si fossero presentati i proprietari, ebrei deportati. In una c'era una chiostra interna, con uno sgabuzzino pieno di libri, che la gente gettò per terra calpestandoli, tanto che molti andarono distrutti. Un gesto compiuto forse per ignoranza, ma che a me fece male, tant'è che ancora oggi, quando vedo buttare un libro provo un dolore immenso». La fine della guerra. Terminata la guerra, per il piccolo Mario iniziò una nuova vita. «Mia madre- racconta- aprì una botteghina di frutta e verdura e io tutte le mattine, poiché babbo si alzava presto per andare al lavoro, prima che iniziasse la scuola l'aiutavo a trasportare la merce dal mercato al negozio. Se andavo al mare? Qualche volta ad Antignano, in bici o con il filobus. Ma mi piaceva anche dipingere e scrivere poesie: una la dedicai a mia madre, che la notte, dopo una giornata di lavoro, confezionava i vestiti per tutta la famiglia, mentre io mi addormentavo al rumore della sua macchina da cucire». E l' amore? «Presi una cotta per una bambina bionda con gli occhi celeste, però fra di noi non successe nulla». Le prime esperienze sono state nelle case di tolleranza. «Allora non c'era la libertà di adesso con le donne. Ma subito cambia argomento, ricordando le scazzottate fra ragazzi in piazza Magenta, e la voglia di andare a scuola per imparare. «Ero il più bravo, ho ricevuto anche dei premi. Prima o poi fisserò i ricordi in un libro». Ma aggiunge subito con fare scaramantico: «Per le biografie, però, c'è ancora tempo». ©RIPRODUZIONE RISERVATA