31 luglio 2012 —
pagina 45
sezione: Nazionale
Pisorno o Livornisa? Le pagine del Tirreno sono in questi giorni piene di interviste che devono rispondere all’interrogativo se Pisa sia in provincia di Livorno o non sia, piuttosto, Livorno in provincia di Pisa. E lo stesso sta accadendo a Siena e Grosseto, a Pistoia e a Prato e pressoché in tutta Italia. Il decreto sulla revisione della spesa ha posto fine alla discussione sull’abolizione o meno delle province. La conclusione è ormai chiara: le province rimangono perché non è vero che sono inutili, ma devono: 1) essere dimezzate nel numero (da 108 a circa 50); 2) non avranno più organi politici eletti dai cittadini perché saranno i sindaci a scegliere presidenti e consigli. Quanto alle funzioni, più o meno rimarranno le stesse. Questa riforma merita qualche altra considerazione. Intanto è da dire che non convince nel metodo, più che nei contenuti: oggi, proprio per effetto della gravissima crisi che stiamo vivendo, le politiche pubbliche devono fondarsi su dati, su “evidenze”: se si tagliano le province, occorre sapere quanto si risparmia e quali effetti si producono. Ma la riforma, questo non dice. Poiché le funzioni (scuole, strade, formazione, ambiente, agricoltura ecc.) rimangono (e d’altra parte non si possono sopprimere, che le facciano le regioni, le province e i comuni la spesa non cambia), il vero risparmio sarà il risparmio di spesa per presidente e consiglieri: in tutto una sessantina di milioni l’anno, il costo del timone di coda o del carrello di uno dei (discussi) caccia F15 che ci accingiamo a comprare, con quali benefici per i cittadini e per la soluzione della crisi nessuno sa dire. Viene il sospetto che il dimezzamento delle province (ormai di scomparsa non si può più parlare) sia l’unica risposta che governo e classe politica hanno saputo offrire alla cosidetta antipolitica: gioco facile, perché le province, per le funzioni che svolgono, hanno scarsi contatti diretti con i cittadini, servono ad alcune categorie (gli studenti, gli agricoltori, i disoccupati in cerca di lavoro), oppure hanno compiti di pianificazione (i rifiuti, l’ambiente, il territorio). E allora tagliamo lì, nessuno se ne accorgerà e una risposta all’antipolitica si è data e i giornali avranno materiale di cui parlare. Ma non è così. Intanto si è persa una grande occasione: una vera riforma che concentrasse in regioni, province e comuni il governo locale, abolendo la pletora di enti, consorzi, agenzie, ATO, che negli ultimi vent’anni hanno proliferato senza nessun ordine, nessuna razionalità, allontanando i cittadini elettori dal vero controllo della situazione. E’ una riforma che si aspetta dal 2001, quando venne introdotto il nuovo Titolo quinto della Costituzione (la riforma “quasi federale” della repubblica). Il dibattito sulle province ha consentito di accantonare la Carta delle autonomie, con buona pace di chi sperava che un po’ di federalismo facesse crescere la democrazia, la responsabilità degli eletti nei confronti degli elettori (unica vera cura dell’antipolitica). Ma c’è un altro aspetto, che si fa strada più silenziosamente e su cui occorrerebbe meditare. Accorpate e dimezzate le province, analoga sorte toccherà a tutto lo stato che, sul territorio, ha dimensione provinciale: prefetture, questure, camere di commercio, direzioni scolastiche, polstrada ecc. Ecco, questo è un problema serio: metà dei nostri capoluoghi non sarà più tale, perderà funzioni, conoscenze, competenze, perderà la dimensione di capoluogo e si impoverirà, culturalmente e economicamente. Questo e lo scenario futuro della Toscana ma di questo si parla poco, purtroppo. E le conseguenze sull’economia, sulla società, sulla democrazie saranno molto gravi, a fronte di un risparmio di spesa del tutto immaginario. Certo, c’è la crisi, qualcosa bisogna fare, da qualche parte occorre tagliare. Ma sappiamo tutti che il primo serio rimedio è la riforma fiscale, battere l’evasione fiscale: rispetto agli altri paesi europei, in Italia non ci sono troppe province, ci sono (ancora) troppi evasori. Recuperare le decine di miliardi (no di milioni) di euro sottratti annualmente al fisco renderebbe la crisi meno grave, più controllabile. Ma di questo il governo e la classe politica non parlano.