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Un posto per due Ecco il job sharing

di Fiammetta Cupellaro Il padre che condivide il suo posto di lavoro con il figlio che sta terminando gli studi; il marito o la moglie che dividono turni e busta paga con il coniuge disoccupato; il figlio che sostituisce uno dei genitori in malattia. E’ il «job sharing» familiare, argomento che occupa un intero capitolo nel nuovo contratto integrativo siglato tra i sindacati confederali e la Luxottica, colosso mondiale dell’occhialeria che conta 8mila dipendenti e che ha sede ad Agordo, nel Bellunese. I manager di Leonardo del Vecchio hanno così accolto le richieste dei sindacati che chiedevano non solo iniziative a sostegno dei nuclei familiari dei dipendenti, ma che considerassero anche i problemi del territorio. Perché, in quello che è considerato il distretto di eccellenza dell’ottica italiana dove l’economia filava come un treno, da un paio di anni comincia a tirare aria di crisi. «Eravamo abituati ad avere la piena occupazione, ora molti giovani hanno perso il lavoro o sono in cassa integrazione. Speriamo che Luxottica funzioni come modello per le altre aziende», spiega Giuseppe Colferai della Filtea-Cgil. E se la Luxottica, è la prima azienda in Italia ad aver aperto questa formula anche ai non dipendenti dell’azienda (i familiari stretti) in realtà esiste in Italia dal 2003 ed è stata introdotta dalla legge 30, la cosiddetta Riforma Biagi. L’idea è semplice. Per l’azienda si tratta di un unico rapporto di lavoro, ma che viene coperto da due dipendenti che si organizzano autonomamente come meglio credono. Può essere ripartito in diversi modi: sia verticale settimanale (una settimana a uno, una settimana all’altro) oppure orizzontale (mezza giornata ad uno mezza all’altro). Quando entrò in vigore suscitò scalpore, ma all’estero era già una realtà diffusa. In Gran Bretagna a dividere lo stesso posto ora sono addirittura i manager. In Italia la formula del lavoro ripartito è stata utilizzata a «macchia di leopardo» e più che altro nel settore dei servizi (turismo, ospitalità), nel lavoro autonomo (negozi, portinerie) e nelle industrie tessili. Alla Benetton di Treviso è una realtà da parecchi anni. «Abbiamo concordato con l’azienda 17 posizioni, dunque sono 34 i dipendenti che ne usufruiscono – racconta Andrea Guarducci della Filctem-Cgil di Treviso – sono lavoratrici che così riescono a conciliare lavoro e famiglia. All’azienda se chiediamo part-time, ci dice no, ma contratti di job sharing non li rifiuta». A qualche centinaio di chilometri più a nord un altro caso, e guarda caso è sempre la provincia a fare da apripista. I sindacati confederali di Trento hanno appena siglato un accordo con le tre aziende che da sole ricoprono gran parte del settore dell’ortofrutta nell’intera regione: Melinda, Trentina e Sant’Orsola. I marchi leader della produzione di mele in Italia, insieme alla Federazione delle coop trentine, hanno previsto nel contratto il job sharing. «Ora nelle assemblee lo spiegheremo nei dettagli – racconta entusiasta Orietta Menapace del comparto agroalimentare Cgil - ma ci sono già richieste. La formula piace». ©RIPRODUZIONE RISERVATA