Ricordi di battaglia e di vita vissuta a bordo di Scipione

LIVORNO.È la notte del 17 luglio 1943, a largo delle coste di Messina, alla luce della luna, appaiono di fronte all'incrociatore "Scipione Africano" quattro motosiluranti inglesi. La decisione del comandante Pellegrini è istantanea: prendere velocità e prepararsi all'attacco. Una scelta che si rivelerà decisiva per la vittoria e specialmente per la salvezza di tutti gli uomini a bordo, tra cui un livornese doc: Giovanni Innocenti, allora di solo 23 anni. Oggi Giovanni di anni ne ha 92, ma quella battaglia, quella nave non può dimenticarle. Il suo solo ricordo però non gli basta, perché lo "Scipione Africano", nonostante la sua immagine sia stata spesso eclissata dalla più nota "Corazzata Roma", è una nave che ha attraversato momenti importanti della storia della seconda guerra mondiale e che deve la qualità della sua struttura e della sua tecnica al cantiere navale di Livorno. Per questo Giovanni ha deciso di cominciare a raccontare la sua storia: per non essere più il solo a ricordare, per rendere il giusto omaggio al lavoro di tanti operai del cantiere Oto capaci di costruire una delle navi tra le più avanzate di quegli anni, per far capire alle nuove generazioni che cosa voglia dire aver vent'anni e ritrovarsi in guerra. Giovanni quella nave la conosce bene, l'ha prima vista costruire, poi vi è salito a bordo come militare, ma anche come operaio, insieme ad altri livornesi -alcuni civili- che si erano dichiarati disponibili a effettuare riparazioni in caso di bombardamenti. Conosce tutto: gli stabilizzatori così moderni da essere gli stessi che oggi sono usati sulle navi da crociera, il radar E.C. 3ter "Gufo" alla cui precisione deve in qualche modo la vita, ogni dettaglio, ogni caratteristica. E quel che più è importante, Giovanni ha vissuto in prima persona gli eventi accaduti sull'incrociatore. Lui c'era a Taranto quando la sera dell' 8 settembre giunse via radio la notizia dell'armistizio e l'ordine di raggiungere al più presto Pescara per poter scortare la corvetta Baionetta, con già a bordo il capo del governo Badoglio e la famiglia reale, a Brindisi. C'era quando, mentre avveniva lo sbarco della famiglia reale, il fuoco contraereo dello Scipione costrinse sei caccia nemici alla ritirata. Ed era presente anche a Malta, dove il capo del governo italiano con il generale Eisenhower firmò il cosiddetto "armistizio lungo" nel quale venivano precisate le condizioni di resa imposte all'Italia: «Gli inglesi appena hanno riconosciuto la nave responsabile dell'affondamento delle motosiluranti a largo di Messina hanno cominciato a sputarci addosso», dice. C'era e si ricorda tutto. Ascoltando i suoi racconti si scoprono piccoli particolari che non possono essere presenti nei libri di storia: Badoglio, per esempio, soffriva molto il mal di mare e passò la traversata verso Valletta sopra il ponte di coperta verde in volto. Non mancano le scene di vita quotidiana di ragazzi che all'improvviso si sono trovati catapultati in un mondo in guerra, ma trovavano comunque le loro piccole soddisfazioni quotidiane «come pescare una cernia di 10 chili, anche se poi siamo stati costretti a regalarla al re», specifica ancora innervosito. Raccontare queste memorie è per lui anche il modo di ringraziare quelle persone che l'hanno aiutato a superare momenti estremamente difficili: il capocontabile maresciallo Calamari, il tenente colonnello del genio navale Legnaioli, l'amico livornese cannoniere Bruno Fontana (padre dell'attuale presidente Atl Alfredo Fontana) e «tutti i ragazzi, moltissimi livornesi, con i quali ho condiviso quegli anni orribili. Senza il loro coraggio e la loro umanità sarebbe stato tutto impossibile da affrontare». La guerra ha strappato a Giovanni la prima moglie e il figlio di 19 mesi, morti in un bombardamento statunitense, e il fratello Fosco, sparito dopo un rastrellamento delle SS. «Ero sbarcato dallo Scipione con un permesso», racconta, «Quando sono arrivato a Livorno non sapevo nulla di quello che era successo. Alla notizia sono rimasto talmente sconvolto da perdere il senso del tempo, di tutto. Non sono più tornato al fronte. Se non fosse stato per i miei suoceri Simonetti, che ancora ringrazio, non so se mi sarei più ripreso». Con l'aiuto dei suoi familiari, della sua Livorno che tanto ama e della sua forza di volontà Giovanni ce l'ha fatta: ha ripreso a lavorare, si è innamorato, risposato e ora ha tre figlie e cinque nipoti. Ma non dimentica e vuole lanciare un messaggio alle nuove generazioni: «State attenti e riflettete, basta poco per far iniziare una nuova guerra e ciò che è successo alla mia generazione non deve succedere mai più. Non solo vedi tuoi amici morire, ma sei costretto ad uccidere altri ragazzi, uomini e anche se in quel momento vengono considerati tuoi nemici, il dolore di ciò che hai fatto non ti abbandona mai. Troppe persone hanno sofferto. L'amore per la vita e il rispetto per gli altri deve essere più forte».

Ludovica Monarca