Carattere d'acciaio e un cuore tenero: ecco chi era Picchi


LIVORNO.In un'intervista rilasciata nell'agosto del 1970 ad Alberto Refrigeri di Hurrà Juventus, Armando Picchi, da poco investito del ruolo di allenatore della Juventus, alla domanda "cosa vorresti dalla vita adesso?" rispose senza pensarci due volte "la salute!" E, ironia della sorte, fu proprio la salute a tradirlo dopo pochi mesi. Grande calciatore e grande uomo, oggi Picchi a distanza di 39 anni dalla sua morte (avvenuta il 27 maggio 1971, nello stesso giorno in cui cinque anni prima aveva vinto con l'Inter la Coppa dei Campioni) sarà ricordato come livornese, come sportivo, ma soprattutto come uomo, alle 18, nella sala della Provincia. A farlo il presidente Giorgio Kutufà, il vice presidente Fausto Bonsignori, la famiglia Picchi al completo: la vedova, i figli, i fratelli, i nipoti, ma anche i colleghi, gli amici e la gente comune. Riuniti per la presentazione del libro del giornalista Valberto Miliani "Armando Picchi - uomo e campione" edizioni Erasmo, che in queste pagine ci parla dell'indimenticabile capitano livornese.
Carattere d'acciaio e cuore tenero. Così traspare dalle pagine del suo libro uno dei più grandi protagonisti del nostro calcio. Ma chi era davvero Armando Picchi, per i livornesi Armandino?
«Un uomo che dopo 39 anni dalla sua morte la gente ricorda ancora con affetto. Una persona che ha lasciato il segno».
Quando se n'è andato a causa di un tumore Picchi di anni aveva solo 36.
«Era nel pieno della carriera di allenatore e in quello della sua vita di uomo, sposato con Francesca, una donna bellissima, modella del settimanale Grazia, di cui si era perdutamente innamorato, che gli aveva dato due figli meravigliosi, Leo e Gianmarco».
Nel libro c'è una toccante testimonianza di Leo. Cosa rimane a un figlio di un padre pressoché sconosciuto?
«L'orgoglio per aver avuto un papà così grande e la rabbia per non avere potuto godere della sua vicinanza».
Ha intervistato anche Francesca, la vedova di Picchi, che finora è sempre rimasta nell'ombra.
«Volevo mostrare soprattutto il lato umano di Armando- la prima edizione di uscita nel 1988, era basata più sulla parte sportiva - per trasferire il capitano dalla storia al mito».
Per questo è andato alla ricerca dei parenti e degli amici?
«Sì. In precedenza avevo fatto parlare soltanto il fratello maggiore di Picchi, Leo, scomparso cinque anni fa. Adesso invece ho sentito l'altro fratello Mario, la sorella Mitì, i figli, la cognata, i nipoti. E tutti hanno tracciato il ritratto di un uomo unico, pieno di bontà, generosità, religiosità».
Armando Picchi dunque credeva in Dio?
«E praticava ogni giorno il suo credo. Aveva passato la gioventù a Vada nell'oratorio del famoso Don Vellutini, un grande prete, e la religiosità gli era entrata dentro in modo profondo, non superficiale, tanto che cercava di trasmetterla anche ai suoi giocatori... Faceva inoltre molte opere di bene senza ostentarle, tutte cose di cui poi si è venuti a conoscenza dopo, perché lui le teneva gelosamente nascoste».
Ma lei Picchi lo ha conosciuto o si è interessato alla sua figura come giornalista, senza però averlo mai incontrato?
«L'ho vidi per la prima volta da ragazzo all'Elba durante una partita di calcio e ne rimasi affascinato, ma in seguito non ho mai avuto modo di incontrarlo. Poi vent'anni fa, in occasione del memorial Picchi, mi chiesero di scrivere un libro su di lui e questo mi diede modo di scavare nel suo mondo».
Con la famiglia in che rapporti è?
«Ottimi. La moglie di Picchi, Francesca, l'ho conosciuta quando ero capo ufficio stampa dell'Inter, perché ogni tanto mi chiedeva i biglietti per mandare alla partita i suoi ragazzi, Leo (che adesso lavora all'ufficio stampa dell'Inter) e Gianmarco che invece fa l'odontotecnico con lo zio Mario».
Francesca si è rifatta una vita dopo la morte del marito?
«Sì, ma pur essendo molto giovane e molto bella, perciò piena di corteggiatori, ha aspettato che i figli diventassero grandi, anche se Armando prima di morire, sapendo che l'avrebbe lasciata sola, le disse: "Siamo stati troppo poco insieme, rifatti una vita"».
Qual è la cosa che l'ha colpita di più raccogliendo le testimonianze sul capitano?
«La frase di Giuliano Sarti, ex portiere della grande Inter, con cui Armando non aveva un grandissimo rapporto: battibeccavano spesso perché li divideva una diversa opinione su come concepire il ruolo della difesa. "È vero- mi ha confessato - Armando e io ci siamo bisticciati molte volte, però oggi devo ammettere che il suo carisma non l'ho trovato più in nessuno"»
Picchi a detta di tutti quelli che lo hanno incontrato, sprigionava un fascino che ammaliava, anche se aveva l'aria di un duro.
«Tutto merito del suo carattere, della sua enorme intelligenza e della bontà che trasmetteva in ogni gesto. Nelle discussioni, per esempio, trovava sempre il modo di essere accomodante».
Quali erano le sue livornesità più spiccate?
«Aveva un grande senso dell'ironia, non abbassava mai la testa e difendeva sempre i più deboli».
Anche quando la malattia ha reso lui il più debole non ha abbassato la testa, lottando fino in fondo.
«È stato forte e dignitoso perfino nei momenti più umilianti, come quando già malato - nel viaggio in treno da Torino dove allenava la Juve, per andare a Milano, a trovare la moglie ricoverata in ospedale dopo la nascita del secondo figlio - dovette sdraiarsi sui sedili davanti a tutti, in preda ad atroci dolori».
Lei ha conosciuto anche Leo, il fratello maggiore di Picchi, che fino agli ultimi istanti di vita ha cercato di non far perdere la memoria di Armandino. Fra loro c'era un rapporto molto forte?
«Leo che mi ha fatto da consulente per il primo libro, era legato al fratello in modo indissolubile: la moglie mi ha raccontato che lui, dopo quel maledetto 27 maggio del 1971, in cui Armando se ne è andato, ha incominciato lentamente a morire».
Tutti lo amavano, tutti lo adoravano, ma Picchi oltre ai tanti pregi avrà avuto anche un difetto.
«Calcisticamente detestava gli allenamenti, era sempre l'ultimo della fila, un vero e proprio anarchico... Era anche dispettoso, soprattutto con i bambini che amava infinitamente, come mi ha raccontato la nipote Paola da lui chiamata affettuosamente "la puce rossa", una delle vittime ignare dei suoi continui scherzi, che ancora oggi lo ricorda con grande nostalgia».
POP ITALIA EVOLUZIONI
Alla Galleria Guastalla è in corso la mostra "Pop Italia evoluzioni", una selezione di opere di artisti come Franco Angeli, Enrico Baj, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Tano Festa, Emilio Tadini, Piero Gilardi e altri.

M. Antonietta Schiavina