PISA. Hanno sempre vissuto sotto verga, al di là della stazione ferroviaria e dunque dei binari. Ma la gente di San Marco e di San Giusto, praticamente un unico quartiere anche se le divisioni sono tante, non si è mai sentita isolata dal resto della città. Caso mai un po trascurata, destinata al ruolo di terminal di mezza Toscana, soprattutto da quando laeroporto civile, per ribadire il suo ruolo regionale, lha fatto divenire un capolinea di Firenze.
Nessuna parte della città ha subito le trasformazioni di San Giusto e di San Marco. Stretta nel collo doca della ferrovia (la vecchia linea Leopolda e la dorsale tirrenica), con una stazione da 15 milioni di passeggeri lanno e un aeroporto in costante crescita, giunto a 4 milioni di viaggiatori, il quartiere si è compresso su se stesso, ha rinunciato alla sua vocazione agricola, si è messo al servizio dello sviluppo di una città tutta dedicata al terziario. E naturale che anche la vita degli abitanti di San Marco e San Giusto sia cambiata. Non la loro semplicità e tanto meno lattaccamento al rione, vissuto da sempre come luogo sotto assedio e dunque da difendere. Certo che la gioventù di oggi non riesce neppure ad immaginare quale fosse la vita dei loro coetanei di cinquantanni fa.
Le partite di calcio al campino, le piste delle corse ciclistiche con i tappini disegnate con i sassi o con il carbone sullasfalto di via da Alessandro da Morrona, le piccole scorrerie nei campi della contessa a mangiare uva e susine, le serate estive al cinema della Sirenella di via Marconi, tra il gracido scricchiolìo di seme e noccioline, i primi balli - e i primi amori - nella sala della Balalaika e sotto la fronda del grande platano dellAlberone: la Rossa Primavera e i valzer delle capinere, le danze cosacche e i casché a suon di milonga, le struggenti passioni dei telefoni bianchi e gli ardori rivoluzionari della corazzata Potenkim sul mare di Odessa. E i ragazzetti impegnati a difendere le loro fazioni, divisi nel calcio e a fare a sassate.
Quelli di San Marco divisi anche al loro interno, una sorta di guelfi bianchie e guelfi neri: San Marco Primo contro i sangiustesi, San Marco Secondo contro i coetanei di SantErmete. E poi tutti contro tutti, la squadra della Fulmine contro la Gifra, che era lacronimo della Gioventù Francescana dei Cappuccini. Cosa ci fosse di francescano, in quelle sfide, era tutto da scoprire. Ma lentusiasmo giovanile si placava al cospetto del pallone che balzellava tra buche e ciuffi derba sul campo davanti al convento.
Una stagione eccezionale, bella nella sua semplicità e spontaneità. Le ranocchiaie che passavano con il carretto a vendere quello che i loro mariti avevano pescato nei fossi di acqua pulita, Gigi Lungo che impauriva i ragazzetti impertinenti mostrando il bastone, le trombetta di Siamo ricchi e poveri che annunciava larrivo del suo piccolo emporio ambulante, il sorriso timido di Salve cuccette, lomino che girava per le strade a vendere attaccapanni. Unepoca destinata a finire presto, segnata dallarrivo di una generazione che andava di corsa, che non si contentava più delle mediazioni del passato.
Ad anticiparla, anche a San Marco e a San Giusto, fu la musica, con la formazione di un piccolo ma affiatato complesso, I Seminole. Altro che tanghi e stornelli, finalmente percussioni e corde elettriche, wisky, soda e rock end roll. Era il 1965 e furono Alberto Senesi, Franco Vichi, Giacomo Bernini, Massimo Gori e Luigi Antonelli, deceduto a 25 anni e sostituito alla batteria da Paolo Gherardi, a mettere insieme la prima band pisana, quella che avrebbe sconvolto i pomeriggi musicali e danzanti dei giovani nati agli ultimi fuochi della guerra.
Da quel momento, come per una magìa, cambiò tutto. San Marco e San Giusto avevano convissuto con la ferrovia, le passerelle pedonali, i passaggi a livello di via di Quarantola, laeroporto militare che sbarrava la strada in fondo a quella che si chiamava la via Nova, le macerie dei Fondacci su cui poi è sorto il Galilei, le baracche dei profughi veneti e istriani di piazza Giusti e di via dei Cappuccini. Tutto, del resto, era al suo posto, in maniera precisa, quasi schematica. Il Circolino con le sedi del Pci e del Psi, il tram elettrico su rotaia poi sostituito dal filobus n. 2 che portava alla stazione e a Porta a Lucca, il Chiesino della contessa Simoneschi che faceva da canonica a don Franchetto, il bar del Davini, quello di Ghigo con il biliardo, losteria del Pannocchia, la bottega di alimentari di Nerino, il negozio del barbiere Sbrana, le bombole di gas del Gadducci, la falegnameria dei fratelli Paffi, larsellaio, il fabbro, lautorimessa del Graziani, la parrocchia di San Giusto in Cannicci con don Cioni a celebrare messa. Anche le scelte edilizie sembravano corrispondere a un disegno, le case popolari dei ferrovieri vicino alla passerella di piazza Giusti, quelle delle forze di polizia in via dei Cappuccini.
Solo le baracche dei profughi (ce ne era una, più grande delle altre, che ospitava una coppia con diciotto figli...) sembravano il lascito degli orrori della guerra e del regime. Poi, quando la città si mise a crescere e a spazzar via le macerie, San Marco e San Giusto cambiarono volto. Il Baffo era il proprietario dellultima casa della via Nova. Oggi quella casa è la prima casa di via dellAeroporto. Il quartiere ha messo le ali della modernità, banche e supermercati, bar e parcheggi, voli low cost e eurostar. La memoria non induce al rimpianto, piuttosto alla nostalgia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
-
Giuliano Fontani