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Tubi Eni, la piantina era sbagliata

 LIVORNO. Traditi da una piantina. Messi fuori pista da una vecchia mappa. Anni e anni a scervellarsi su come liberare il canale del porto dai tubi messi sul fondale dall’Eni, ostacolo a qualsiasi sviluppo. Per scoprire ora che sono ben più in profondità di quanto si pensava e coperti da uno strato di materiale che pare fatto apposta per proteggerli dai “cucchiai” delle draghe.
 Basterà dare una raschiatina sul fondo e soprattutto ai lati del canale per renderlo agibile alle grandi portacontenitori. Ed è quello che farà già dalla prossima settimana l’Autorità Portuale per allargare la sezione navigabile e convincere i piloti a rimuovere le limitazioni che oggi impediscono alle grandi navi di viaggiare a pieno carico.
 Un po’ di storia. I tubi sono lì dagli anni 60: è un fascio di otto condutture di 12-30 pollici di diametro che si diparte dalla Darsena Petroli, costeggia il canale fino alla Torre del Marzocco, lo taglia inabissandosi e poi riemergendo alla Calata del Magnale e corre fino alla Darsena Ugione. Servono a trasportare il greggio sbarcato dalle petroliere alla raffineria. Dei tubi non si è parlato per trent’anni.
 Tunnel e talpa. E’ stato Nereo Marcucci, presidente dell’Autorità Portuale fino al 2003, a porsi per primo il problema della loro rimozione. L’Eni rimise uno studio di fattibilità nel quale esaminava un’ipotesi “monstre” per costi e complessità: scavare con una “talpa” un tunnel di tre metri e mezzo di diametro nel quale infilare il fascio dei tubi. Un chilometro sotto terra, dalla torre del Marzocco alla Darsena Ugione. Importo dei lavori ipotizzato 25 milioni di euro. Non se ne fece nulla.
 Arriba Piccini. Ovvio che il problema non poteva essere dribblato più di tanto. Con l’arrivo delle prime portacontenitori da oltre 250 metri la questione dell’allargamento e dell’approfondimento del canale d’accesso si è imposta nell’agenda dell’Autorità Portuale. Roberto Piccini ha provato a forzare la mano all’Eni, approfittando della scadenza della concessione per le banchine del Costiero. E così nel 2007 ha cancellato dal bilancio lo stanziamento di 9 milioni per la rimozione dei tubi e chiesto al gruppo petrolifero di farsi carico dell’intero importo dell’operazione. Ma non ha funzionato: l’Eni si è appellata al presidente della Repubblica contro l’imposizione dell’Authority e ha vinto il ricorso.
 Meglio un uovo oggi... A un certo punto Piccini, pressato dalle compagnia armatoriali che minacciavano di lasciare Livorno, si è convinto che bisognava trovare una scorciatoia: una soluzione magari non definitiva come quella del “tunnel” ma capace di dare una risposta immediata a Zim e soprattutto a Yang Ming e, ora, Cosco. Meglio che una gallina domani...
 Maledetta piantina. C’era però quella piantina risalente agli anni sessanta che lasciava pochi margini per allargare il canale. Una piantina che aveva fissato nella testa degli addetti ai lavori un convincimento che poi si è rivelato fallace: che i tubi fossero a 14 metri e 50 di profondità, e sopra di essi vi fosse solo fango. Il progetto di massima dell’oleodotto era l’unica che l’Autorità Portuale aveva fino a un paio di mesi. Poi, in una riunione tecnica, ne è saltato fuori uno nuovo, portata dai rappresentanti dell’Eni: il progetto esecutivo, risalente anch’esso agli anni 60 ma molto più dettagliato del documento di cui era in possesso l’Authority.
 Sorpresa sul fondale. E i dettagli svelavano una novità. L’oleodotto veniva segnalato a oltre 15 metri di profondità e sopra era indicato uno strato di pietrisco e cemento. Una situazione diversa a quella conosciuta che, se confermata dai rilievi, avrebbe consentito l’escavo del fondale e delle sponde senza mettere a rischio i tubi.
 Da una settimana un’impresa specializzata di Roma sta eseguendo lo scandaglio del canale con il sistema “Side Scan Sonar”. E i primi risultati confermano che qualcuno, fino a due mesi fa, non aveva ben valutato la situazione, messo fuori pista dall’Eni che si teneva i suoi documenti. I tubi sembrerebbero quasi a 16 metri di profondità, sovrastati da pietra e cemento. Asportando detriti, ai lati più che sul fondale, secondo gli esperti dell’Authority si può ricavare una sezione navigabile del canale di 13 metri di profondità e 90 di ampiezza (adesso è 70 metri). Venti metri in più di “acqua” per i comandanti delle navi e per i piloti, «già da maggio» secondo il presidente dell’Autorità Portuale Piccini. «Se anche i rilievi di domani saranno buoni - dice il dirigente dell’Authority, Giovanni Motta - si parte subito coi lavori».
 E dopo il mini-tunnel. Con un canale navigabile di 90 metri e almeno 130 metri tra le due sponde le grandi portacontenitori potrebbero aumentare i pescaggi ed entrare e uscire anche di notte. I tubi però restano lì, a impedire che i pescaggi possano superare i 12 metri, ragion per cui non è stata abbandonata l’idea di rimuoverli. Assieme al “progettino” di queste settimane c’è anche un progetto per il medio-lungo termine. L’Eni ipotizza un tunnel, ma di soli 270 metri, per attraversare obliquamente il canale. I soldi sono da trovare, anche se non c’è fretta, dato che dentro il porto i fondali al massimo arrivano a 13 metri.

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- Cristiano Meoni /