Il prete eredita cinque milioni, e se li tiene

PRATO. A ripensarci ora, forse quella lettera era meglio non scriverla. Il messaggio è arrivato ai parrocchiani insieme al calendario pasquale e li invitava a contribuire per coprire i 25.000 euro necessari a sostituire le campane. Perché quella lettera ha messo in moto un giro di pensieri e malumori che adesso si sono rivolti contro il parroco don Ernesto Moro e la sua "ricchezza", una fortuna ereditata da una signora che pare si fosse invaghita di lui.
E' successo che la richiesta di contributi per le campane ha fatto tornare in mente a molti parrocchiani una donazione in beni immobili - per oltre 5 milioni di euro - fatta alla chiesa da una parrocchiana deceduta nel 2004 e che lo stesso don Ernesto avrebbe annunciato allora dal pulpito. La realtà invece è un po' diversa come conferma don Ernesto che rivendica la legittima proprietà di quel lascito. «E' vero - precisa - il lascito c'è stato. Ma la signora ha intestato tutto a me, la parrocchia è povera».
Il paese è piccolo e la gente, si sa, mormora. Così a Seano - cinquemila anime che fanno capo al Comune di Carmignano in provincia di Prato - da qualche giorno non si parla d'altro. Esattamente da quando don Ernesto ha inviato alle famiglie quel fatidico messaggio con la richiesta di «un'offerta per la chiesa che servirà a pagare il debito delle campane». La richiesta, che altrove sarebbe stata accolta senza protestare, è apparsa un po' pretenziosa agli abitanti di Seano al punto da far scoppiare un caso. Qualcuno dalla memoria più lunga, si ricorda infatti ancora bene dell'annuncio che il parroco fece in chiesa alla comunità su una donazione da parte di una delle sue fedeli a favore della parrocchia. Un'eredità paragonabile alla vincita del Superenalotto, che consiste in beni immobili per un valore che va ben oltre i cinque milioni di euro. Nello specifico, "il tesoretto" consisterebbe in una villa posta in località Comeana (Carmignano), attribuita storicamente alla famiglia dei Medici, con dependance e terreni annessi, stimata intorno ai 4 milioni di euro; e da un'altra abitazione di pregio, alla Pietà, la zona signorile di Prato, valutata circa un milione e mezzo.
Quelle parole pronunciate da don Ernesto proprio durante il funerale di una signora (morta nel dicembre 2004 a 78 anni) erano state prese a pretesto da chi oggi si rifiuta di frugarsi tasca per far fronte alle spese della parrocchia apparentemente milionaria, specie in questo periodo di crisi.
Ma era un equivoco. Solo che la verità emersa, se giustifica la povertà della chiesa di parrocchia, mette ancor più in difficoltà don Ernesto. L'equivoco, infatti, sta proprio nell'aver confuso - o volutamente fatto intendere - che la donazione fosse stata intestata alla parrocchia, quando invece il testamento della donna nominava il signor don Ernesto Moro unico erede universale di tutti i beni dell'asse ereditario compresi quadri, mobili d'antiquariato e argenteria contenuti nei due immobili.
La benefattrice, vedova da tempo, non aveva figli e parenti stretti. La sua volontà è parsa però difficile da rispettare da parte di alcuni conoscenti stretti e parenti lontani che ritenevano di avere gli stessi diritti di un erede naturale e che hanno iniziato una causa civile per impugnare il testamento. In tribunale si sono contrapposti i sette aspiranti eredi e il sacerdote insieme alla perpetua che da oltre dieci anni, come custode, viveva nella villa di Comeana, quindi senza pagare nessun affitto alla proprietaria. Don Moro sosteneva di detenere l'immobile in comodato d'uso, dichiarazione che il tribunale ha respinto. Dopo una causa andata avanti per cinque anni, la sentenza finale ha dichiarato don Ernesto unico erede universale del patrimonio della signora, come disposto con il testamento.
Ma la storia arriva da ancora più lontano, affonda nel rapporto nato tra il parroco e l'anziana donna che, bisognosa di conforto religioso dopo esser rimasta vedova, aveva trovato nel prelato (a Seano da 25 anni), stima e anche amicizia.
Un'amicizia sfociata poi in una frequentazione e in un affetto particolari, forse in un'infatuazione della donna, di cui si trova traccia in un messaggio scritto dal sacerdote nel giorno di San Valentino del 2004, saltato fuori nel corso del contenzioso legale: «Che l'affetto e l'amore sbocciato tra noi possa rimanere ad multas annes». E dunque, che così sia.

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Barbara Burzi /