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Immagina una sharia a Prato

 PRATO. A Prato una ragazza marocchina viene uccisa dal padre perché accusata di non comportarsi da brava musulmana. Dietro questa storia ispirata a un fatto di cronaca accaduto in provincia di Brescia, c’è lo zampino, o meglio, la penna, di Paolo Grugni. Lo scrittore e giornalista milanese (si occupa di musica per diverse testate tra cui Tv Sorrisi e Canzoni), sta per lanciare il suo quarto romanzo, “Italian Sharia”, in libreria dal 3 febbraio: 200 pagine ricche di situazioni ambientate a Prato e nei luoghi simbolo della provincia toscana. Dopo la diretta di ieri al Tg Sky, il romanzo di Grugni sulla triste condizione della ragazze musulmane in Italia si presenta come lo strumento ideale per discutere sui temi dell’immigrazione, dei diritti delle donne, e dell’intercultura «in un paese - sottolinea lo scrittore - dove la religione sta mettendo fortemente a rischio la laicità dello Stato».
 “Italian Sharia” è una storia vera o un esercizio di fantasia?
 «Mi sono basato su due vicende che a suo tempo sconvolsero l’opinione pubblica, quelle di Hina e Sanaa, le due ragazze di religione musulamana uccise dai familiari in provincia di Brescia e di Pordenone con l’accusa di non aver rispettato le leggi dell’Islam. Si tratta comunque di un romanzo, una dose di fiction serve anche a rendere più avvincente la lettura. E poi c’è il protagonista, l’unico personaggio italiano del libro, che di mestiere fa l’addetto stampa per il Comune di Prato, mentre la sera, insegna italiano agli stranieri in una scuola della città. Nel frattempo, una ragazza marocchina viene uccisa e sepolta nel parco di Galceti. A un certo punto, il protagonista scopre però che la ragazza aveva una sorella che è stata portata in Marocco per essere condannata a sua volta...».
 Dunque un romanzo a sfondo sociale, ma qual è il suo obiettivo?
 «Al finale è affidata la chiave di tutto. “Italian Sharia” denuncia un’assoluta verità che passa continuamente sotto silenzio, cioè che molte altre ragazze vengono riportate nei rispettivi paesi d’origine, dove non c’è da fare i conti con la legge, per essere uccise. Alla fine non si scopre che fine farà la sorella della defunta, ma si capisce che l’unica soluzione per metter fine a ogni estremismo, religioso o politico che sia, è il ripristino della laicità dello stato».
 Ha scelto Prato perché si presta meglio ad analizzare la società?
 «Prima di tutto assomiglia molto a Brescia per le dimensioni e il numero di abitanti. E poi, conosco questa città come molto sofferente proprio a causa dell’alto tasso di immigrazione. Tutto ciò l’ha resa ideale ai miei occhi. Così per due anni, ho fatto continui sopralluoghi e ho seguito la cronaca locale. All’interno del libro troverete molti riferimenti: dal primario dell’ospedale scoperto mentre si prostituiva, fino al più recente omicidio per mano di una ragazza rom».
 Che cosa l’ha colpita di più di Prato?
 «La vostra Chinatown. Sarà banale, ma da voi esiste la stessa realtà che c’è a Milano su un territorio di appena 210.000 abitanti».
- Barbara Burzi