09 gennaio 2010 —
pagina 05
sezione: Attualità
ROSARNO. Lunico odore, dentro il lager, arriva dai resti di quelle arance che i neri - come li chiama tutta Rosarno, compresi i vigili urbani - raccolgono spaccandosi la schiena dieci ore al giorno per 25 euro. Il resto è sporcizia, puzzo durina che toglie il respiro, giacigli di cartone marciti dallacqua, stracci che una volta erano vestiti, scarpe senza più suola e topi che scorazzano nella melma. La rivolta degli immigrati nasce da qui, dalla disperazione che resta lunico appiglio quando non cè più dignità, speranza, umanità.
Hamed lo dice chiaro e tondo, dopo due anni e mezzo di Italia che per lui hanno voluto dire questo: arrivo a Lampedusa su una carretta del mare, tre mesi di Cpt, fuga a Modena, lavoro nei campi di Campania e Puglia, larrivo in Calabria tre mesi fa. «Noi siamo qui per voi, per lavorare la vostra terra, per darvi le arance e i mandarini che ogni giorno trovare sulle vostre tavole. E in cambio cosa abbiamo? Una vita maledetta. Anzi, guarda cosa mangiamo, guarda dove dormiamo, non abbiamo bagni, non cè acqua, luce, gas, nulla. E vita questa?».
Che non sia vita, come dice Hamed, lo si capisce già dai nomi dei loro rifugi: lex Rognetta, lex Opera Sila; ex, appunto, qualcosa che è stato e che ormai non è più nulla, nella migliore delle ipotesi. Allex Rognetta - quel che resta è un capannone senza più il tetto dove allinterno i più fortunati hanno delle tende da campeggio e i meno solo un pezzo di cartone o un materasso mezzo bruciato - sopravvivono in duecento; allOpera Sila sono almeno cinquecento ma il numero preciso nessuno lo sa perché lì dentro non si entra. Anzi, non si arriva: sulla statale 18, a qualche centinaio di metri dalla struttura, i cittadini di Rosarno hanno alzato una barricata e sono lì ad aspettare gli immigrati con spranghe, bastoni e bottiglie di benzina. «Se ne devono andare i neri, non li vogliamo più vedere», dicono. Loro, gli immigrati, per il momento stanno tranquilli; ma, è evidente a tutti, è una tregua che si regge sul nulla. «Sono loro che hanno iniziato, loro che vogliono la guerra. E stavolta noi abbiamo detto basta», dice Hamed, davanti allex Rognetta, mentre alle sue spalle capannelli di immigrati organizzano la difesa per la notte. E aggiunge: «ci chiamano cammelli, ci chiamano cavalli, ad ogni angolo ti senti urlare negro di merda, ci sparano. Noi abbiamo solo reagito; sì, forse abbiamo esagerato un po, ma tu che avresti fatto? Io sono venuto qui a cercare il paradiso, la verità è che ho trovato linferno».
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Matteo Guidelli