ARCHIVIO il Tirreno dal 1997

«Guarda dove stiamo, cosa mangiamo. È vita questa?»

 ROSARNO. L’unico odore, dentro il lager, arriva dai resti di quelle arance che i “neri” - come li chiama tutta Rosarno, compresi i vigili urbani - raccolgono spaccandosi la schiena dieci ore al giorno per 25 euro. Il resto è sporcizia, puzzo d’urina che toglie il respiro, giacigli di cartone marciti dall’acqua, stracci che una volta erano vestiti, scarpe senza più suola e topi che scorazzano nella melma. La rivolta degli immigrati nasce da qui, dalla disperazione che resta l’unico appiglio quando non c’è più dignità, speranza, umanità.
 Hamed lo dice chiaro e tondo, dopo due anni e mezzo di Italia che per lui hanno voluto dire questo: arrivo a Lampedusa su una carretta del mare, tre mesi di Cpt, fuga a Modena, lavoro nei campi di Campania e Puglia, l’arrivo in Calabria tre mesi fa. «Noi siamo qui per voi, per lavorare la vostra terra, per darvi le arance e i mandarini che ogni giorno trovare sulle vostre tavole. E in cambio cosa abbiamo? Una vita maledetta. Anzi, guarda cosa mangiamo, guarda dove dormiamo, non abbiamo bagni, non c’è acqua, luce, gas, nulla. E’ vita questa?».
 Che non sia vita, come dice Hamed, lo si capisce già dai nomi dei loro rifugi: l’ex Rognetta, l’ex Opera Sila; ex, appunto, qualcosa che è stato e che ormai non è più nulla, nella migliore delle ipotesi. All’ex Rognetta - quel che resta è un capannone senza più il tetto dove all’interno i più fortunati hanno delle tende da campeggio e i meno solo un pezzo di cartone o un materasso mezzo bruciato - sopravvivono in duecento; all’Opera Sila sono almeno cinquecento ma il numero preciso nessuno lo sa perché lì dentro non si entra. Anzi, non si arriva: sulla statale 18, a qualche centinaio di metri dalla struttura, i cittadini di Rosarno hanno alzato una barricata e sono lì ad aspettare gli immigrati con spranghe, bastoni e bottiglie di benzina. «Se ne devono andare i neri, non li vogliamo più vedere», dicono. Loro, gli immigrati, per il momento stanno tranquilli; ma, è evidente a tutti, è una tregua che si regge sul nulla. «Sono loro che hanno iniziato, loro che vogliono la guerra. E stavolta noi abbiamo detto basta», dice Hamed, davanti all’ex Rognetta, mentre alle sue spalle capannelli di immigrati organizzano la difesa per la notte. E aggiunge: «ci chiamano cammelli, ci chiamano cavalli, ad ogni angolo ti senti urlare negro di merda, ci sparano. Noi abbiamo solo reagito; sì, forse abbiamo esagerato un po’, ma tu che avresti fatto? Io sono venuto qui a cercare il paradiso, la verità è che ho trovato l’inferno».
- Matteo Guidelli