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Minacciata dai potenti


 LIVORNO. Lettere anonime, telefonate, messaggi minacciosi. Poi anche un bossolo di proiettile davanti alla porta dell’ufficio. A un certo punto, Monica Calamai, nata a Massa Marittima, moglie del sindaco di Grosseto Bonifazi, 47 anni compiuti ad agosto, fra i top manager della Regione, dallo scorso aprile direttore generale dell’Asl di Livorno dopo aver ricoperto lo stesso incarico per anni all’Asl di Arezzo, ha deciso di consegnare la sua storia di stalking alla magistratura. Ha raccolto tutta la documentazione che si porta dietro ormai da tre anni e ci ha aggiunto quella che ha definito «memoria per stalking diffamatorio», affidandola, attraverso l’avvocato fiorentino Gaetano Viceconte, alla Procura della Repubblica di Livorno. Al procuratore Francesco De Leo ha aggiunto che, da cittadina, vuole ancora sperare «che una giustizia esista». Poi, decisione anche questa tutt’altro che facile da prendere, ha scelto di raccontare la storia della quale si sente vittima, alzando i veli su un incubo che sta vivendo da anni.


«Centro di potere»
 «Ciò che temo - dice Monica Calamai - è che a perseguitarmi sia anche un soggetto border line, manovrato però da un gruppo di potere. Gente trasversale, che ce l’ha con me per quello che ho fatto». I guai, nel racconto della direttrice dell’Asl di Livorno, cominciano poco tempo dopo il suo insediamento alla guida della sanità aretina.


L’inferno di Arezzo
 E’ l’anno 2006. Arrivano lettere anonime e telefonate a casa dei genitori. In pochi conoscono quel numero: fra quei pochi, quelli che vogliono minacciare, con tanto di voce contraffatta. Dicono che rovineranno lei e anche qualcuno della sua famiglia. Lei, almeno in un primo tempo, passa sopra a questi fatti e anche a due episodi inquietanti: uno spillone da riti voodoo che qualcuno le aveva lasciato sulla scrivania, introducendosi nel suo ufficio aretino, e un bossolo di proiettile piazzato davanti alla porta dello stesso ufficio.
 «Durante il periodo trascorso ad Arezzo - racconta la manager - sono arrivate lettere anonime che mi accusavano di aver truccato i concorsi e di non avere i titoli per dirigere un’Azienda sanitaria. Falso: la Procura di Arezzo ha indagato e alla fine mi è stato anche chiesto se volessi io querelare per calunnia, cosa che non ho fatto. Senza parlare, poi, delle calunnie a sfondo sessuale: non fossi stata una donna, non sarebbero arrivate».


La lettera a Livorno
 Ad aprile del 2009, Monica Calamai viene nominata dalla Regione a capo dell’Asl di Livorno. Gode della fiducia dell’assessore Enrico Rossi, governatore in pectore. La dipingono come una lady di ferro, una manager decisionista capace di risvegliare il dinamismo in aziende pubbliche un po’ sonnacchiose. Pochi giorni dopo il suo arrivo nella città dei Quattro Mori, ecco un’altra lettera anonima. Porta il timbro postale di Firenze: è il segno che non è stata inviata da Livorno (altrimenti sarebbe passata dal Centro di smistamento di Pisa), ma dall’area centro-meridionale della Toscana. E i sospetti cadono nuovamente su Arezzo. La lettera è indirizzata ai sindaci di tutti i Comuni della provincia e ai primari dei principali reparti ospedalieri di Livorno, Cecina e Piombino. Un testo nel quale c’era il solito campionario di insinuazioni a sfondo sessuale («Toni inquietanti e davvero spaventosi, tipici di una persona pericolosa»), di accuse di corruzione e di considerazioni, anche queste tutt’altro che carine, su come ad Arezzo in molti avessero nei suoi confronti un rapporto di sudditanza assoluta.


«Overdose di cocaina»
 Risale a una ventina di giorni fa, l’episodio in seguito al quale Monica Calamai ha deciso di uscire allo scoperto e di raccontare tutto: una serie di telefonate, partite anche quelle da Arezzo, nelle quali gli interlocutori chiedevano notizie sulle sue condizioni di salute. Dopo le rassicurazioni della direttrice dell’Asl («Mai stata meglio», dice oggi sorridendo non senza una punta di amarezza), ecco che gli amici più sinceri svelavano le voci che avevano sentito circolare, secondo le quali lei sarebbe stata ricoverata per overdose di cocaina. Da qui, la convinzione maturata nella mente e nel cuore della dirigente che si tratti di una manovra tesa a metterla in cattiva luce, a delegittimarla puntando tutto su presunti aspetti poco edificanti della sua vita privata. Accuse che lei respinge nel merito, ancora prima di riflettere con se stessa e coi suoi collaboratori. Fino a salire le scale del palazzo di giustizia e far diventare questa brutta storia un caso giudiziario.
- Luciano De Majo

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