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Il porto è prigioniero dei tubi Eni


di Luciano De Majo
 LIVORNO. L’ingresso al porto, il suo canale d’accesso, è prigioniero di otto tubi dell’Eni. Sia chiaro, mica flessibili da giardino: è il complesso degli oleodotti che parte dalla Darsena petroli e che, quando in superficie quando sott’acqua o sotto terra, arriva fino alla raffineria.
 Chiarito questo, resta un fatto: che questa mega tubazione impedisce ogni operazione di dragaggio del canale d’accesso e di allargamento del canale industriale.
 E il pronunciamento arrivato in questi giorni dal presidente della Repubblica, a cui l’Eni si era rivolto per contrastare una lettera inviata dall’Autorità portuale che chiedeva impegni precisi sullo spostamento dei tubi in questione, non aiuta di certo l’aggiornamento infrastrutturale del nostro porto: il Quirinale, infatti, ha dato ragione all’Eni.
 La conferma arriva anche dalla direzione nazionale dell’Ente nazionale idrocarburi. Fonti aziendali riferiscono che nelle motivazioni del provvedimento del presidente della Repubblica vi sarebbero «questioni procedurali» e «l’insufficienza di approfondimenti tecnici» nell’atto dell’authority.
 Il presidente dell’Autorità portuale Roberto Piccini ci aveva provato, poco dopo il suo insediamento a palazzo Rosciano: aveva scritto all’Eni ricordando questa situazione di incompatibilità con le esigenze di crescita del porto e chiedendo impegni per arrivare alla definizione del progetto di spostamento della tubazione. Anni prima, addirittura prima del commissariamento, l’ex presidente Nereo Marcucci era giunto a un sostanziale accordo con l’Eni: dei 15 milioni di euro necessari a compiere l’operazione, l’Autorità portuale ne avrebbe messi 10, lasciando 5 milioni a carico dell’Eni stesso.
 Diverso l’approccio di Piccini: da un lato la volontà di spostare quei 10 milioni sulla realizzazione della seconda vasca di colmata, dall’altro la considerazione che forse sborsare tutti quei soldi significava venire un po’ troppo incontro alle esigenze dell’Eni, hanno fatto sì che la posizione dell’authority mutasse in modo sostanziale. Da lì è seguita la lettera inviata all’Eni e la decisione, presa a livello nazionale dal main board dell’Ente, di resistere e di rivolgersi al presidente della Repubblica seguendo la strada del ricorso straordinario. Strada inusuale e forse anche rischiosa, trattandosi di un giudizio inappellabile: se l’Eni avesse avuto torto, non avrebbe potuto più rivolgersi né al Tar, né al Consiglio di Stato. Ma la vicenda, è storia di queste ore, ha avuto un esito diverso.