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Un patto per salvare il quartiere di Shangai

 LIVORNO. C’è un filo rosso lungo lungo che lega l’ex deputato Marco Susini a Shangay. Giovane segretario di sezione del Pci sciangaino: da lì partì la sua “lunga marcia” verso Montecitorio, passando per la guida della federazione del Pds. “Mi ritengo uno sciangaino d’adozione da metà anni ’80: ora mi sento pienamente parte del gruppo dirigente del Pd di Shangay” dice oggi. Nel suo libro scritto cinque anni fa su “Shangay un quartiere e la sua gente” dedicò un intero capitolo all’amico don Teodoro Biondi, parroco amatissimo nel quartiere scomparso all’alba del 2006. E ora che un “prete di Shangay” è di nuovo agli onori della cronaca (e al centro delle polemiche) non esita a dir la sua.
 Susini, con don Piotr ha mai parlato?
 «Per dir la verità no. Ma il segretario del Pd di Shangay Matteo D’Alonzo, proprio ieri ha avuto un incontro col parroco: vogliamo instaurare rapporti di amicizia e collaborazione. Consideriamo la parrocchia e il mondo cattolico non come antagonisti, ma come interlocutori attenti ai problemi del quartiere come lo sono stati ai tempi di don Biondi».
 Eppure i consiglieri del Pdl vi attaccano proprio sui rapporti col parroco: sono volate parole pesanti confermate (anche se minimizzate) dall’interessato.
 «Escludo in modo categorico che da parte del gruppo dirigente di Shangay ci siano stati tentativi di intimidazioni ai suoi danni. Il Pd raccoglie il 70% dei voti nel quartiere: un conto è se ad agire è un cane sciolto, un conto è parlare di esponenti del Pd. Ritengo l’interpellanza del Pdl una volgare strumentalizzazione tra l’altro respinta al mittente dallo stesso don Piotr: un clamoroso autogol. Vorrei che gli esponenti del Pdl invece di illudersi di cavalcare la tigre della strumentalizzazione venissero a “battere la ghigna” sui problemi del quartiere. Noi non li abbiamo mai visti».
 I problemi che evidenzia don Piotr però sono reali: ha parlato di povertà nascosta, tossicodipendenza, alcolismo, violenze su minori. Ci voleva un prete polacco per mettere la lente di ingrandimento sui problemi di Shangay?
 «Don Piotr ha evidenziato una serie di problemi che sicuramente ci sono. Forse però lo ha fatto con accenti e in una forma che lasciava intendere una situazione molto più acuta e diversa da quella che effettivamente è. Credo che le proporzioni date non siano esatte: dire che ogni dieci famiglie c’è un caso di alcolismo o di violenza domestica vorrebbe dire che su duemila nuclei sciangaini 200 hanno problemi di questo tipo. Non mi sembra sia così».
 È per questo che molti sciangaini doc si sono offesi?
 «Sì, ma voglio sottolineare che l’assemblea che abbiamo organizzato all’indomani dell’intervista sul Tirreno è stata malamente interpretata, forse anche per limiti nostri, come una assemblea contro il parroco. Tutt’altro. Abbiamo voluto sottolineare che Shangay è consapevole dei problemi che ci sono, ma che ha dentro di sé gli anticorpi e le energie per reagire ai problemi di degrado, fatti di un tessuto sociale innervato da associazioni molto vive».
 Don Piotr però ha lamentato anche la latitanza delle istituzioni.
 «Credo non si possa proprio dire che Shangay è un quartiere abbandonato da chi governa la città. Dagli anni’80 i passi avanti per il recupero del quartiere sono stati giganteschi. L’amministrazione comunale ha investito grandi risorse e continua ad investirle. Poi ci sono proposte nuove: penso all’idea, sposata in pieno da Cosimi, di provare a governare i flussi sociali: evitare che nei quartieri Nord si concentrino, magari perché ci sono gli alloggi minimi, i casi di disagio sociale. E poi ci sono i piani di recupero in corso».
 Già però gli abitanti lamentano ritardi e lentezze...
 «Sull’assegnazione dei 117 nuovi alloggi popolari di via Parietti che saranno consegnati a settembre il ritardo è stato notevole: sono stati i contenziosi con le ditte costruttrici a dilatare i tempi».
 A quando il nuovo Centro di via Poerio?
 «Nei prossimi mesi si sbloccherà la situazione».
 Il parroco dice però che quel che manca davvero è un progetto culturale.
 «E sono d’accordo. Dalla “Carta di Shangay” del 1987, il manifesto che lanciai e che è stata la pietra miliare per la rinascita del quartiere si diceva chiaro che la riqualificazione urbanistica dei quartieri nord doveva andare di pari passo con quella sociale e culturale. Oggi vedo un tessuto associativo ricchissimo, ma manca la capacità di metterlo in valore. Ci vuole un patto tra tutte le associazioni a vario titolo presenti, compresa la parrocchia. Sarà il tema che proporremo a don Piotr: potrà essere davvero la chiave di volta per far fare quel salto culturale al anche da lui invocato. Mettendo fine a tutte le polemiche».
Gianluca della Maggiore