ARCHIVIO il Tirreno dal 1997

Cari parrocchiani, ho dato voce a chi non l’ha

 LIVORNO. Don Piotr Kownacki, il prete polacco che è parroco di Shangai, non si aspettava che la sua denuncia sulle condizioni di vita nel quartiere venisse coinvolta dalle polemiche. Il sacerdote ha così sentito il bisogno di chiarire il suo pensiero.
 Ci vuole un chiarimento. Sono sinceramente stupito e amareggiato per come è stato accolto e interpretato il mio appello-denuncia pubblicato nei giorni scorsi sul Tirreno. Ho semplicemente cercato di fare da cassa di risonanza a chi nel quartiere per debolezza o mancanza di mezzi non ha voce e rimane invisibile. Una difficile realtà che vivo quotidianamente nelle visite costanti alle famiglie del quartiere: certo, non tutta Shangay soffre, ma come ignorare i moltissimi che giorno per giorno faticano a tirare avanti? Nell’intervista ho detto che sono fiero di essere a Shangay e che mi sento uno del quartiere: non è un caso se mi presento sempre a tutti come “don Pietro shangaino”: ne sono davvero fiero.
 Nell’articolo poi affermavo che Shangay è un esempio di integrazione tra i popoli e le culture a Livorno e che in questo sono in linea con il defunto parroco don Biondi. Shangay non è un Bronx: l’ho detto nell’intervista e lo ribadisco, ma non capisco perché le problematiche che ci sono non debbano essere affrontate e portate all’attenzione della gente!
 E come nel nostro quartiere le culture e le lingue vanno d’accordo, cosi anche la ricchezza e la povertà devono parlarsi. L’una non è opposta all’altra, nell’attenzione sociale ci vogliono forme nuove e un programma culturale: così per Shangay ci vuole un solido e costante programma che sia in grado di coinvolgere tutti, ma specialmente i più deboli ed i più poveri. L’impegno sociale non può dividerci ma ci deve riunire serenamente. L’impegno sociale non ha oppositori perché ci vogliono per tutti nuove prospettive. Ho espresso le mie opinioni perché vivo qui e perché questa gente mi è cara e mi preoccupano alcune problematiche esistenti, specialmente la povertà nascosta e alcuni aspetti dolorosi presenti in molte delle famiglie. Non avevo nessuna intenzione di offendere qualcuno e dall’articolo non mi sembra che uscisse niente di tutto questo: volevo indicare semplicemente la necessità di trovare tutti insieme e serenamente le vie d’uscita. Chiedo scusa a coloro che si sono sentiti offesi, ma parlavo della situazione sociale e dei suoi impegni e delle emergenze. I programmi culturali e sociali non guardano la religione né la filosofia che credi e vivi, guardano un solo obbiettivo: stare meglio tutti insieme ed avere sempre meno problemi in casa e nelle nostre famiglie!
 È stato un grido imposto dalla mia coscienza che avrebbe voluto svegliare tutte le forze positive e cercare delle soluzioni. Era una voce che, io credo, valga come le altre e desidera amici che hanno voglia di collaborare, costruttivamente sulla questione sociale e sulla cultura del territorio.
 Ribadisco ancora una volta che ho parlato dell’integrazione sociale dando l’esempio di Shangay come un quartiere esemplare dove le culture e le lingue sono in ricerca di dialogo. In questa prospettiva ho impostato la problematica della povertà. Come le culture si parlano cosi anche la povertà e la ricchezza devono trovare il loro linguaggio comune.
Don Piotr Kownacki parroco di Shangay