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La nostra Shangay abbandonata

 LIVORNO. «Il nostro Shangay? E’ un quartiere che aspetta ancora». Per chi non è nato e cresciuto tra i portoni di via Bixio, via Stenone, via Poerio non è facile capire. Non è facile vedere quella linea sottile che divide l’orgoglioso “guai a chi me lo tocca” dal disperato “se mi guardo intorno so cosa non voglio”. Perché Shangay e gli shangaini (non tutti certo) sono un po’ così.
 Alle prese con mille difficoltà, ma terribilmente testardi e attaccati alla loro piazzetta. Perché è tutta loro. E come ripete Davide Baldacci fuori dal circolino: «Guai a chi ce la tocca». A Shangai ci sono il colore e le sfumature della Livorno più livornese. Ma anche i problemi e le particolarità che la rendono una città nella città. Ecco perché è giusto entrare in punta di piedi. Anche se la tirata d’orecchie, col sorriso certo, non risparmia neppure il cronista: «Vedi il muro? Il nostro Shangai si scrive con la Y, sennò parli di un’altra cosa». E noi provvediamo.
 Ma cosa aspetta questo quartiere della periferia nord? A cosa si riferiscono Aldo, Orfeo, Paola e Claudio che alle tre del pomeriggio, in pieno luglio, sono radunati con le sedie davanti alla sede di Rifondazione? «Aspettiamo che le istituzioni la smettano di chiacchierare e facciano cose concrete» commenta Aldo: «Viviamo con i funghi alle pareti di casa e la consegna dei nuovi alloggi è in ritardo di anni. Se non fosse per la nuova scuola sarebbe ancora tutto uguale a quando ero ragazzo». «Abbiamo raccolto quasi 300 firme per via Poerio - aggiungono Claudio e Orfeo - ma ancora niente. E’ tutto abbandonato». L’edificio a cui si riferiscono gli abitanti è quello che una volta ospitava la scuola elementare, di fronte alla casa del popolo. Anche il presidente del circolo di Shangay, Fabrizio Tarrini, è d’accordo. «Il vero problema - commenta - sono i ritardi. Nel vecchio palazzo dovrebbero trasferirsi questo circolo e diverse associazioni. Magari anche una ludoteca. Ma è lì fermo da una vita». «Poi - aggiunge - c’è il campino che si affaccia sull’Aurelia. Lo finiranno mai?». Gli fa eco Fabio Carli, 40 anni: «E’ inutile far venire un paio di carabinieri in più se prima non si risolvono questi problemi. La gente si sente abbandonata, l’ultima ruota del carro...». Ma quello della sicurezza è un tema caldo. «I carabinieri di quartiere - commenta Paola nel fondo con la falce e il martello - si vedono una volta ogni tre settimane: dopo le dieci di sera non si può più uscire». Lei ha un figlio medico, «lavora al Santa Chiara», e lo rivendica con orgoglio: «Qui c’è anche tanta gente che ha studiato e ha saputo farsi valere, ma il prete non l’ha mica detto». «Ieri sera - riprende Orfeo - è venuto il sindaco. Ha detto di farci avanti se sappiamo di atti criminali o occupazioni abusive degli alloggi popolari. Ma nessuno lo farà mai perché non ci sentiamo tutelati».
 Intanto i nuovi palazzi di via Paretti, per ora ancora disabitati, fanno da sfondo ai vecchi blocchi, mentre i murales reduci da una festa di quartiere colorano un palazzo che prima o poi dovrà essere abbattuto. «In fondo Shangay è Shangay - chiude Cinzia, la barista del circolino - ci sono tante cose che non vanno, si vede, ma anche una solidarietà incredibile».
Juna Goti