Zino Zani, un sogno nel cassetto «Livorno è unica, potrei anche tornarci»


LIVORNO. Una carriera veloce e particolare (mai in un settore giovanile, a 17 anni debutto in IV serie con il Faenza, a 21 l'unico anno di C nel neo promosso Carpi e dal '68-'69 al '71-'72, sempre serie B, due anni al Modena, uno a Reggio Calabria e quattro a Livorno, dove nel pieno fulgore della forza fisica, non ancora trentenne, ha il "coraggio" di dare la precedenza alla laurea conquistata "sul campo" e -persino contro la moglie, a sua volta... professoressa- di autoimporsi lo stop). Ma soprattutto e nonostante tutto, un amore infinito per la maglia amaranto che ancora ricorda orgogliosamente struggendo di nostalgia. Ecco, tutto questo è Zino Zani, i natali a Imola l'8 maggio del 1942, un ragazzo d'oro che, da vera mezz'ala di quei tempi, fondeva il suo calcio fra corsa e visione del gioco, non per questo rinunciando alla soddisfazione del gol, infatti incrociato ben otto volte durante le 124 presenze della sua brillantissima permanenza nel Livorno.
E allora... si parte dalla fine -«Sì, magari dipenderà dal non aver mai vestito la maglia dell'Imolese che è la squadra della mia città. Ma, così come sono andate le cose, per raccontarmi da calciatore -spiega uno Zino Zani senza dubbi al proposito- proprio non so vedere una strada diversa. Figurarsi che, non solo il Livorno è la mia squadra del cuore. Ma durante il mio quadriennio amaranto ho sposato Luciana; a Livorno è nato mio figlio Iacopo, laureto in matematica finanziaria, primo impiego a Londra alla Barkley, sportivamente parlando non calciatore ma tennista; ancora a Livorno, dove avevamo comprato una casa in via Giovanni da Verrazzano, proprio due passi dallo stadio, siamo andati vicinissimi a restare per sempre. Un qualcosa fra l'altro, che... mai dire mai. Perché il vostro mare, la mitezza del clima, anche la cordialità della gente, io e mia moglie (che non voleva saperne di andarsene e visse fra le lacrime il momento del trasloco), non ce li siamo dimenticati. E non solo, non passano una primavera e un'estate senza che veniamo a trovarvi, ma un pensierino ad un possibile ritorno, di più ora che abbiamo raggiunto la pensione, non abbiamo mai smesso di regalarcelo»! «Perché, allora decisi di andarmene? Io -continua Zino (nome un pò strano, ma «lo scelse mio padre che lo riservò anche a mia sorella, infatti di nome... Zina»)- avevo saputo laurearmi (1966, chimica industriale) e avevo paura, lasciando trascorrere gli anni a favore del calcio, di non riuscire più ad inserirmi nel mondo del lavoro. Cosicché, quando mi capitò l'occasionissima di un posto a Milano, alla "Snia Viscosa", non seppi resistere e decisi di attaccare come suol dirsi le scarpette al chiodo, cambiando vita verso la professione che d'altro canto, siccome non è facile unire lo studio e la carriera da calciatore, mi ero sudato. E questo senza contare che la mia vocazione al cambio di rotta l'avevo già dimostrata sempre a Livorno, prima, andando a fare supplenze all'ITI di Rosignano Solvay e poi regalandomi un anno di cattedra (insegnava, lei allo Scientifico, anche mia moglie, Luciana Izzo), in quella grandissima scuola che già allora era l'ITI Galileo Galilei».
Calciatore all'Ardenza -Quattro anni, tutti "pieni" da morire. In particolare il '68-'69, presidente Luigi Di Giorgi, allenatori Remondini e dalla 23ª Puccinelli, 11º posto, 35 presenze e 4 gol con una formazione che all'inizio si allinea con Bellinelli; Calvani, Lessi; Zani, Cairoli, Azzali; Albrigi, Gualtieri, Santonico, Zanardello, Rigotto e poi, via via, manda in campo Santon (29 presenze e 8 gol), Baiardo (26), Papadopulo (24), Caleffi e Alessio (21), Gori (18) e giovani come l'indimenticabile Piero Maggini, Agostini e Filippi. E il '69-'70, presidente Vivaldi, allenatori Puccinelli e dalla 15ª Picchi, 9º posto, serie A letteralmente sfiorata, 33 presenze, l'undici di partenza composto da Bellinelli; Baiardo, Niccolai; Martini, Bruschini, Maggini; Gualtieri, Zani, Fava, Zanardello, Lorenzetti (Albrigi) e poi fortificato dai vari Stanzial (25 e 1 gol), Lorenzetti (22 e 1 gol), Calvani (22), Santon (20 e 9 gol), Badiani (18 e 2 gol), Gori (16 e appena 4 gol subiti) e Azzali (14).
I ricordi di Zino? «Innanzi tutto Armando Picchi che, alla faccia dell'assenza di un cartellino, fu semplicemente meraviglioso, aveva un'incredibile capacità nel coinvolgerci tutti, sapeva ottenere il massimo, mai avendo il bisogno di farsi sentire, lui l'allenatore e noi, i giocatori. Conservo ancora e mi commuovo ogni qual volta la vedo, una cartolina che m'inviò dai Mondiali del Messico. Raffigura lo stadio Azteca e dietro aveva scritto: "Prof, questo è il tuo campo. Allenati". Sì, era proprio un grande e quell'anno, con lui, avremmo strameritato la serie A. Ma ho sempre presenti anche compagni come Bruschini, Badiani e Papadopulo che ritrovai a Livorno dopo averli conosciuti da militare nella Compagnia Atleti alla Cecchignola. Col "Brusca" giravo per il centro sulla sua Alfa rossa coupé e morivo dal ridere sentendolo colloquiare a tutta voce con signore e signorine affacciate alle finestre. Con Badiani, nostro e soprattutto suo malgrado, assistemmo alla distruzione della sua Porsche spider che aveva subito un corto circuito e prese ad andare a fuoco. Sì, avevamo chiamato i pompieri, ma avevano fornito dati imprecisi e una, due, tre volte li sentimmo arrivare, ma anche andare oltre. Finché, finalmente ci trovarono, ma della fiammante vettura che gli era stata regalata dal padre, era rimasta solo un'inservibile carcassa. E quanto a Papadopulo, guardatelo ora furente in panchina, ed avrete lo stesso effetto che, una volta sul campo, suscitava il suo volto, trasformato da angelico in quello di un... bambino tremendo. Il rapporto comunque era buono con tutti, con Lessi, con Lupo Balleri, Santon, Cairoli, lo stesso Gualtieri che nell'anno della retrocessione aveva il terrore di giocare in casa, accusava ogni sorta di male e ci faceva arrabbiare; alla fine anche coi tifosi più accesi, li ricordo benissimo, da Bazzina, al Tosi e all'ex pugile Lido Pini. Ma Livorno era anche altro: dalle serate in Baracchina Rossa, alle palestre che in nessun'altra città ho contato così nunerose, naturalmente al "Gabbione" dove giocavi e in qualsiasi stagione, vittorioso o sconfitto, finivi con un tuffo in mare. Sì, era un qualcosa di unico e divertente, ma solo per noi. Una volta ci portai il povero Rognoni, giocatore di Modena e Milan, e lui scappò. "Voi siete matti -mi disse- io ho paura».
Il resto della carriera -Tutto, come già detto, prima del Livorno e di venire a Livorno. «A 17 anni -racconta Zani- andai al Faenza, dove l'ultimo anno, dovendo frequentare l'Università, mi allenavo il solo sabato e giocavo la domenica. Poi, il Carpi dove mi allenava Cuoghi, morto poco tempo fa e avevo per compagni Goldoni e Giorgis, gli stessi che avrebbero suggerito il mio acquisto al Modena, dove in serie B trovai per allenatori prima Maino Neri e poi Remondini. E infine un anno di Reggina alla corte di quel grande uomo che fu il povero Maestrelli. E lì, se seppi solo dai giornali che mi avevano acquistato, scoprii alla fine in diretta che mai mi avrebbero pagato! Chissà, forse la molla giusta, per farmi ritrovare fra i fondatori del Sindacato Calciatori. In ogni modo, quanto non è bastato per evitarmi di rimanere senza la mia brava pensione da sportivo. Sì, sbagliai lasciando correre il tempo e... per riscattare i 4 anni mancanti, in lire avrei dovuto caricarmi di una spesa di 116 milioni».

Vinicio Saltini