Polito, un portiere che lascia il segno


Questa è la storia di uno che si è fatto con le proprie mani. E a volte anche coi pugni. Questa è la storia di Ciro Polito promesso sposo del Grosseto nel mercato d'inverno. Dicono che è solo una questione di dettagli. Poi arriverà in Maremma e Paolone Acerbis farà il percorso opposto verso Catania. Nonostante depistaggi, intrusioni e manovre di disturbo, l'affare dovrebbe essere giunto in dirittura d'arrivo.
Stanco di scaldare la tribuna Polito, 30 anni il prossimo 12 aprile, è pronto a rimettersi in gioco. E in viaggio. Lo fa da sempre l'estremo difensore napoletano che l'anno scorso è stato titolare in A col Catania: 31 presenze e 35 gol subiti. Era il pupillo di Silvio Baldini. Poi è arrivato Walter Zenga, l'uomo ragno ai tempi dell'Inter e della canzone degli 883. Doveva decollare. Di fatto è diventato terzo portiere dei siciliani. Dietro agli stranieri Bizzarri e Kosicki. In estate ha rifiutato di tornare ad Avellino. Voleva rigiocarsi il posto da titolare. Adesso fa le valigie. Ed è pronto per una nuova sfida. Ne ha fatte tante. E non sempre solo a parole. È venuto senza che nessuno gli regalasse niente. Mettendoci sempre la faccia e i suoi 184 cm per 78 kg.
Dalla C2 con Rimini e Mantova, alla C1 spalmata da Lucca, Avellino, Pistoia, Acireale, fino alla B con Catania e Pescara e il paradiso con vista sull'Etna. A volte ha lasciato il segno. Come a Mantova nella primavera del 2000 contro i tifosi del Mantova. I suoi tifosi. Scoppiò un rissone. Lui raccontò: «Non li denuncio. Ma stiano attenti, io li conosco uno per uno. Se li trovo da soli, sono morti. Ce l' hanno con i terroni. Io sono impulsivo. E i miei guai mi vengono sempre quando mi parte la testa. Hanno scritto che ho preso i cazzotti. Calci nel sedere, botte sulle gambe, forse. Ma i cazzotti in faccia, neanche uno! Sono io, che li ho dati».
Non le manda a dire Ciro Polito che qualche anno più tardi è stato citato a giudizio davanti al giudice di pace, per minacce e ingiurie. Una storia quasi comica se non fosse per i toni usati. Tutto sarebbe partito dalle presunte minacce delle moglie del calciatore a otto tra agenti e funzionari di polizia che non le avrebbero permesso l'ingresso in auto in una strada riservata a veicoli autorizzati durante le gare interne del Catania con l'Udinese, del 10 dicembre 2006, e con la Sampdoria del 23 dicembre dello stesso anno. Minacce che, secondo l'accusa, sarebbero state proferite anche dal giocatore in occasione della seconda partita. La signora Letizia, rivolgendosi ai poliziotti, si leggeva nel decreto di citazione, avrebbe dato loro dei «morti di fame, schiavi dello Stato», aggiungendo: «non sapete contro chi vi siete messi, vi farò vedere io... ve la farò pagare cara...». Il portiere del Catania è invece citato a giudizio per avere invitato agenti di polizia a «togliersi la divisa che poi ve lo faccio vedere io...» e aggiungeva di «volere vedere chi è questo schifoso che non ha fatto entrare mia moglie con la macchina...».
Spesso però risponde coi fatti. È l'inverno 2007. La Juve è in B e gioca a Pescara. Lui è appena arrivato in Abruzzo e para tutto. Fa perdere le staffe a Del Piero per un tiro di Zalayeta deviato in angolo senza che l'arbitro se ne accorgesse. «Diglielo che l'hai toccata!», sbraitava lo juventino campione del mondo all'indirizzo del portiere. Che quella volta non mosse un dito. E cinque minuti dopo gli parò un rigore passato alla storia.

Andrea Cordovani