Io scrivo, il carabiniere è mio marito

L e due donne si somigliano. Francesca è biologa, e anche Alessandra è biologa. Francesca è mamma, e anche Alessandra è mamma. Entrambe hanno sposato un carabiniere. Entrambe hanno a che fare con inchieste e piste da seguire e indizi da repertare sulle scene del crimine. Entrambe si lasciano guidare da un'efficace miscela di istinto, intuito femminile e buonsenso. In più sono tutt'e due toscane. Eppure.
Eppure delle differenze ci sono. Una su tutte: Alessandra, che è un capitano del Ris di Parma, col torbido dei fatti di sangue si confronta per lavoro; Francesca, che «quando nel 2000 è arrivata l'ammissione delle donne nell'Arma ero già "vecchia" e Tommaso stava per arrivare», col delitto si confronta per hobby, visto che «il sogno dei reparti investigativi è finito per rimanere nel proverbiale cassetto».
Ma siccome è una tipa tosta e volitiva (come Alessandra), uno slancio di quel sogno l'ha afferrato comunque. Grazie alla scrittura. E grazie ad Alessandra, la sua eroina di carta, una figura che è una via di mezzo tra un alter-ego e un'accattivante proiezione mentale nei territori dell'"avrebbe potuto essere", il personaggio che l'ha fatta conoscere agli appassionati di detective-stories ma anche a chi le indagini le fa davvero (tecnici del Ris compresi).
Insomma un giorno si è messa davanti al pc e ha racchiuso dentro a un romanzo cinque anni della vita della dottoressa De Bosis, ovvero lei, la bella Alessandra, capelli lunghi e sguardo profondo (come Francesca), fiorentina, madre di un bambino di nove anni, Filippo, vedova di Luca Berardi, maresciallo dei carabinieri caduto in servizio.
Ha spedito il testo al colonnello Luciano Garofano, comandante del Reparto Investigativo Scientifico di Parma («Per documentarmi ho usato anche un suo libro, "Delitti imperfetti", a un suo parere ci tenevo troppo»). Al quale il libro è piaciuto così tanto da volerne scrivere l'introduzione (la prefazione è di Leonardo Gori); e da volerlo presentare personalmente, poche settimane fa, alla libreria Feltrinelli di Parma.
Al suo fianco lei, l'autrice, Francesca Padula, pisana. Nelle foto che la ritraggono raggiante accanto al colonnello Garofano ha sguardi che sprizzano lampi di gioia ("Ho parlato senza emozionarmi, cosa non da poco per me", scrive sul suo "Blog che voleva essere Sito", francescap67.style.it); capirai, un desiderio esaudito mica da niente quel quartier generale di carabinieri-scienziati reso famoso da cronaca e fiction lì a due passi; e tutta quella gente seduta ad ascoltare, e soprattutto lui, il colonnello ("che ha fatto tanti, troppi complimenti al mio romanzo"), proprio lì accanto.
Il titolo è "Alessandra, capitano del Ris. Una nuova strada da percorrere", l'ha pubblicato la livornese Manidistrega (www.manidistrega.it), il portale delle donne toscane che da un anno opera anche come casa editrice.
Francesca questo primo romanzo lo ha dedicato "a tutte le biologhe che hanno trovato la loro strada al di fuori dei laboratori", ma sul suo precedente mestiere ironizzava in modo pungente già qualche anno fa in un libricino satirico dal titolo "Quanto pesa... Voce agli sfoghi inespressi", edito da Gruppo Edicom, una raccolta di pensieri e aforismi, il suo vero esordio letterario. Nel quale appunta: "In Italia: lo studente in Medicina "da grande" farà il medico, lo studente in Farmacia "da grande" farà il farmacista, lo studente in Ingegneria "da grande farà l'ingegnere... e gli studenti in Biologia? Mah, dipende in che cosa riusciranno a riciclarsi...".
Ovvio che non ti stupisci quando ti racconta che «in realtà ho fatto quasi tutto tranne che la biologa. Mi sono laureata nel'92, a 25 anni. Il mio ramo era quello naturalistico, per diverso tempo ho fatto la guida al parco di San Rossore, eravamo una cooperativa di naturalisti e biologi, un incarico interessante, ma alla fine l'appalto è andato ad altri. Ho iniziato a cambiare diversi lavori, segretaria, disegnatrice nel ramo della computer grafica e altro ancora, ma sempre precaria.
Nel'99, dopo sette anni di inattività libresca - quanto mi sentivo arrugginita?, beh, parecchio - mi sono detta: perché non prendersi una specializzazione?». E qui entrò in gioco la passione per i film di genere e i gialli, quelli di Agatha Christie in particolare, dove nove volte su dieci si muore per veleno. Infatti ecco la scelta della laurea specialistica: «Piante officinali, presso la facoltà di Farmacia, con una tesi sulle sostanze stupefacenti. Verso la fine del 2001, quando stavo per cominciare il terzo e ultimo anno, avevo: un marito carabiniere che era vicecomandante della caserma di Riglione, impegnatissimo; e Tommaso, il nostro primo bimbo, che avrebbe fatto un anno a breve. Mi sono detta: visto che non riesco a farmi dare un part-time, perché non fare la mamma a tempo pieno?».
Invece ha fatto molto di più: è diventata scrittrice. Non che «i due mascalzoni adorabili» (il secondo, Matteo, di anni ne ha quasi tre). Ma insomma «qualche ora libera se uno vuole la trova. E io, finita la specializzazione, avevo un po' di cose da dire. Volevo buttar giù delle idee che mi frullavano per la testa». Ci ha saputo fare: nel 2003 pubblica "Quanto pesa". Nel 2007 i suoi racconti noir arrivano in finale ai premi "Maremma Mistery" di Grosseto e "Orme Gialle" di Pontedera.
E il 2008 è l'anno di "Alessandra capitano del Ris", scritto però più di tre anni fa. La biologa fiorentina in realtà aveva già debuttato in precedenza, senza divisa, in uno dei racconti gialli ambientati nella stazione dei carabinieri di Riglione, "Una gita d'istruzione". Tra i personaggi compariva anche il sottufficiale Mario Nardella, che altri non è se non il marito di Francesca, oggi maresciallo a capo della stazione di San Piero a Grado. Tutto un intreccio tra realtà e fiction, le trame di quest'autrice che la passione per la scrittura ce l'ha da sempre, «fin da quando, da ragazzina, tenevo diari e appunti di viaggio, tutte cose che poi rimanevano lì».
A farle venir voglia di provare a far leggere qualcosa di suo agli altri è stata un'amica. «Ci scrivevamo e-mail. Un giorno mi misi a raccontarle un matrimonio sfinente a cui avevo partecipato. Lei mi rispose "Quando descrivi fatti e persone mi fai morire dal ridere. Sembra di vederle: ma perché non ti metti a scrivere sul serio?"».
Leggendo racconti gialli, che sono quelli che preferisce, si è appassionata sempre di più alle "scienze del crimine", «che non sono il mio ramo, per cui mi sono dovuta appoggiare a una collega che è specializzata in genetica forense; in più ho dovuto studiare. E tanto. Posso dire che ho studiato più per il romanzo che per le due tesi». E per forza: mica è uno scherzo passare un esame col colonnello Garofano in persona, uno che i particolari è abituato a guardarli al microscopio.
«Mio marito Mario invece è stato il supervisore delle parti "a bande rosse" del libro: tempi e modi d'azione dell'Arma, rapporti col procuratore, insomma l'attività sul campo. Sono pignola, mi sono voluta appoggiare a più persone possibili per tutti i vari ambiti».
Dice «un po' di scienza mia ce l'ho messa: uno degli omicidi in cui si imbatte Alessandra viene eseguito usando piante officinali. Ma nella trama i casi gialli sono una minima parte, in realtà mi interessava soprattutto sviluppare l'analisi di Alessandra e della sua sfera affettiva. Sì, un po' mi assomiglia. È una donna che ha le paure e le fragilità di tutte noi. Ma è molto coraggiosa. Molto più coraggiosa di me. No, non credo che apparirà di nuovo, poi chissà. Per ora ho in mente un racconto giallo-rosa, ma proprio non ho ancora avuto il tempo di mettermi davanti alla tastiera. Sai, con due bimbi piccoli... Scusami un attimo», c'è Matteo che chiama, «Vedi, che ti dicevo, con loro è così, mai che puoi fare una cosa senza che la interrompi un'infinità di volte...».