Mai una vittoria sul terreno del Torrini

LUCCA.È passato mezzo secolo da quella sfida sul campo di Sesto Fiorentino, l'ultima contro i rossoblu locali. Era il 10 febbraio 1957, prima partita del girone di ritorno della Lucchese nel campionato di IV serie. Lui era uno dei più giovani in campo e realizzò come al solito di testa il gol del pari dopo una rete del centravanti Tognoni. Aurelio Bongiovanni aveva 24 anni ed era soprannominato «testina d'oro» o «il picciotto buono». Nelle due stagioni in maglia rossonera realizzò 33 reti.
Era il pezzo pregiato della squadra tanto che l'allora segretario-diesse Armando Bonino, da buon bancario, per cercare di tirar su il prezzo scatenò una vera asta. Il Napoli di Amadei e la Triestina dell'ex Olivieri non riuscirono a spuntarla e alla fine, dopo un furibondo litigio con i dirigenti, «testina d'oro» finì alla Reggina.
Oggi Bongiovanni ha 75 anni. Dopo aver allenato al sud tra C e D (è stato anche tecnico in seconda a Catania) vive a Gioiosa Marea vicino Messina e dirige una scuola calcio: la Jimmy Center. Alcuni dei suoi ragazzi sono finiti nelle giovanili peloritane. Messina e Lucca sono le città che ama di più.
«Mi piacerebbe tornare a rivedere le Mura, l'albergo Melecchi che mi ospitò per due anni, il bar Morino e soprattutto il Porta Elisa che ho visto l'ultima volta una decina d'anni fa in un match contro la Reggina. - racconta Bongiovanni - Spero di farlo se la Lucchese vincerà il campionato. Comunque sono informatissimo su quanto avviene da voi. Nel mio condominio abita l'ingegner Giardina che vive a Lucca con la moglie e i figli e insegna in un istituto superiore cittadino. Quando torna a passare le vacanze al mare mi racconta tutto della squadra e della città».
Su quella sfida logicamente Bongiovanni ricorda pochi particolari: «È passato mezzo secolo e di quella partita con la Sestese rammento solo un campo pieno di buche e il mio gol di testa. Ma non posso dimenticare due stagioni indimenticabili. Arrivai dall'Igea Virtus di Barcellona Pozzo di Gotto. All'inizio i tifosi credevano fossi spagnolo. Ma l'accento era siciliano. A Lucca ho fatto i primi soldi. Prendevo 2 milioni e 800mila lire d'ingaggio e 3-400mila lire al mese di stipendio. In termini monetari sui 50mila euro di oggi. Non sono le cifre odierne, ma per quell'epoca e per un ragazzo venuto dal sud con le pezze al sedere erano cifre da capogiro. C'era un presidente mecenate come Della Santina che mi trattava come un figlio e ottimi calciatori come Fabbri, Bellora, Ragone, Bizzotto, Piovanelli e i poveri Vellutini e Catelli. Ero il centravanti e all'ala sinistra c'era Lido Mazzoni, soprannominato «Romoletto» o «Veleno II» per quel carattere irascibile simile a quello di Lorenzi. Con lui non andavo d'accordo. Ci prendevamo anche quando c'era da calciare un rigore. Ricordo che una volta l'allenatore Olivieri dovette entrare in campo per decidere chi doveva tirare il penalty. La mia Lucchese non riuscì nell'impresa di ritornare in C, ma alla nuova società auguro di cuore di vincere a Sesto e soprattutto di conquistare la promozione».
L.T.