A 25 anni allenatore in campo come mediano davanti alla difesa

LUCCA.A 25 anni Giancarlo Favarin era già un allenatore in campo. Personalità, agonismo e senso della posizione ne facevano un punto di riferimento per i compagni. I suoi maestri sono stati Alberto Lazzarini, Idilio Cei, Costanzo «Lupo» Balleri. Ma soprattutto Beniamino Di Giacomo e Renzo Melani. Già, proprio il tecnico che alla guida della Lucchese ha vinto 22 anni fa il campionato di C2. È stato «il kaiser di Fucecchio» a trovargli la giusta posizione in campo: mediano-diga davanti alla difesa. Da lì non si è più mosso. Ha vinto tre campionati, ma ha smesso presto di indossare gli scarpini a livello professionistico. Il destino gli ha troncato la carriera quando la fortuna stava ricordandosi di lui. Doveva andare al Messina del compianto Franco Scoglio e ritrovarsi a vincere il campionato spiccando il volo verso il sogno della B. Invece la famiglia l'ha trattenuto nella sua terra. Un matrimonio che va in frantumi con i figli piccoli da accudire e la decisione di dire addio a 27 anni al calcio che conta. «È stata una scelta dolorosa - racconta Giancarlo Favarin - ma che a distanza di vent'anni rifarei anche adesso. Per me i figli sono al primo posto nella scala dei valori. Era la stagione 1985-86 e il Messina aveva chiamato come diesse Ermanno Pieroni che per due anni avevo avuto allo Jesi vincendo un campionato di C2. Io, Giorgio Buffone (attuale ds del Ravenna) e Leonardo Rossi (ex tecnico di Spal e Teramo) avremmo dovuto trasferirci in Sicilia. Ma la separazione con la moglie mi tarpò le ali. Non me la sentivo di lasciare i bimbi in quel particolare momento. Avevo il diploma di maestro elementare, lavoravo un po' in palestra e soprattutto avevo preso l'abilitazione di informatore medico-scientifico. Un lavoro che ho fatto per diversi anni. Continuai a giocare nei dilettanti ripartendo da S. Croce sull'Arno dove con la Cuoiopelli degli ex rossoneri Ciardelli, Petroni e Donati vinsi subito il campionato Interregionale. Lì mi ricordano ancora con affetto perchè un mio gol alla Cerretese sancì la promozione in C2. Nei dilettanti ho giocato anche con Colligiana, Piombino, Montecatini, Bagni di Lucca, San Macario nella stagione 1993-94. A 36 anni mi sono messo ad allenare».
I PRIMI PASSIDa bimbetto la sfera di cuoio è il credo quotidiano. Dalla Stella Azzurra di Pisa il passaggio alla Marinese, da sempre fertile vivaio viola con i vari Giovanni Galli, Ennio Pellegrini ed Emiliano Macchi: «In tanti erano partiti da lì per arrivare a calcare i campi di A e B. A 19 anni mi mandarono alla Cuoiopelli e vinsi il campionato di Promozione. Se sono diventato un giocatore vero lo devo a Renzino Melani e alla Rondinella. Mi cambiò di ruolo. Mediano davanti alla difesa. Giocavo sull'anticipo e sulla velocità. Melani era un innovatore per quell'epoca. Ed era bravissimo a farsi comprare da Pino Vitale i giocatori giusti per la categoria. Che sagoma! Le sue squadre erano imperforabili. I difensori moderni sanno impostare la manovre. Lui vietava al portiere di appoggiare la sfera a Maccanti e all'ex rossonero Casarotto. "Per carità, quelli non sanno nemmeno stopparlo il pallone" diceva serio nel chiuso dello spogliatoio».
DA LIVORNO A JESI«Oggi il Livorno è nelle alte sfere, ma quando arrivai io la società praticamente non esisteva. Nonostante le difficoltà economiche ci salvammo per due stagioni consecutive. Eravamo un gruppo affiatato con allenatori di carisma come Cei e Balleri. Gente sanguigna che ti dava tanto sul piano umano e che restavi ad ascoltare per ore senza fiatare specie quando raccontavano la serie A degli anni Sessanta. Se faccio l'allenatore lo devo anche a loro. Mi hanno fatto capire come si gestisce lo spogliatoio».
Favarin ricorda con affetto Di Giacomo, grande attaccante di Napoli, Inter e Mantova negli anni Cinquanta-Sessanta. «Per due stagioni l'ho avuto a Jesi. Fu lui a pronosticarmi una brillante carriera di allenatore. "Sei già il tecnico in campo, vedrai che il passaggio in panchina sarà naturale". Di Giacomo era un amante della zona e giocando in mezzo al campo ero io ad imparire gli ordini, far scalare le marcature, impostare l'azione. Lui era stato un grande campione, ma aveva un'umanità eccezionale. Lo sento ancora al telefono e tutte le volte riprovo l'emozione di quegli anni».
L.T.