Quel cerretese che rivoluzionò il rotocalco


Giornalista, scrittore ed editore. Arturo Tofanelli non è uno qualunque. Occupa un posto non secondario nella storia del giornalismo italiano. L'avvicinarsi dell'anniversario dei cent'anni della nascita (il 10 maggio), avvenuta a Lazzeretto di Cerreto Guidi, può essere l'occasione per toglierlo dall'oblio in cui è finito con la sua morte a Milano. Era il 1994 e aveva ottantasei anni.
Racconta Adriano Prosperi, storico, docente alla Normale di Pisa: «So che a Lazzaretto ne hanno un vero culto. Io l'ho conosciuto abbastanza bene. Era nato nella mia stessa casa, che ora è un rudere su una bella collina. La ricomprò intorno al 1960. Poi, un suo genero la rivendette a un architetto. Era stato compagno di scuola e un po' amico di mio padre, che raccontava storie molto divertenti del padre di Arturo, un toscano che improvvisava canzoni e rime bernesche e batteva i mercati come mediatore di bestiame soltanto per non lavorare la terra, finché non lasciò la campagna per aprire a Empoli un ristorante. Quando io conobbi di persona Arturo, venuto a visitare il luogo di nascita, ero al primo anno di liceo e mi mandò un pacco di libri da leggere».
La famiglia Tofanelli lascia Lazzeretto nel 1920. E' formata dal capofamiglia Leopoldo (Poldo, per la gente), della moglie Faustina Salvadori e dei figli Elisa, nata nel 1902, e Arturo, nato nel 1908. Il terzo figlio - Goliardo - è campato soltanto un anno: nato nel 1910, è morto nel 1911.


I beceri fiorentini
Lascia la casa della Biccicucca posta - come annota lui nelle "Memorie imperfette" - a duecento metri dalla provincia di Pistoia "e la salita verde-argento per il Montalbano, fitta di vigne e di olivi". E non lontano dalla provincia di Lucca. Tanto che è indotto ad annotare: «In mezzo a tante repubbliche così differenti per gusti, linguaggi, sentimenti, quelli di Cerreto Guidi hanno assorbito un po' da tutte: la brillantezza fiorentina, l'avarizia pistoiese, l'intraprendenza lucchese e l'anarchia pisana. Come linguaggio hanno capitalizzato nei tempi forse il meglio: il becerismo fiorentino è ridotto al minimo, potresti anche non esser preso per un toscano se non fosse per la ricchezza del vocabolario».


L'Avanti a trattoria
Arturo cessa d'andare a scuola a Fucecchio. Ogni mattina la raggiungeva a piedi, passando dai campi, o in bicicletta, percorrendo la strada che porta al Ponte di Masino e, da lì, per la statale, verso il paese passando davanti al cimitero. E suo padre cessa di fare le zingarate insieme con Gianni e il Magnanino ed essere, nello stesso tempo, segretario della sezione locale del Partito socialista. Ma non cessa di cantare in ottava rima, anche se gli riesce più difficile partecipare alle sfide con altri poeti, quelle sfide che gli hanno fatto vincere attestati e premi in denaro.
A Empoli, Leopoldo (suo padre Filippo gli ha imposto il nome del granduca per mostrare d'essere suo suddito devoto) apre una trattoria in via del Giglio e gli dà un nome importante: "Trattoria del Polo Nord". Dove entra un solo giornale: "L'Avanti". Arturo ha l'incarico di fare letture collettive. Tutti aspettano la rivoluzione. Che non arriva. Arrivano, invece, le imprese delle squadracce e i fatti di Empoli, che lui ricorda nel racconto "Empoli 1921-Trattoria del Polo Nord". Lo pubblica sulla "Nuova Antologia" nel 1938. Ripreso, nel 1966, dalla rivista "Empoli", edita dal Comune.


I marinai morti
«Si fece appena in tempo ad entrare nel portone e a richiuderlo di colpo che lontano si udirono le prime salve di spari». Eppoi: «Volli mettere un po' la testa fuori e vidi il camion che si era andato a sfracellare contro un muro vicino al Campaccio, e dall'altra parte della strada alcuni corpi neri abbandonati davanti. Non c'era nessuno dei vivi. Quei morti e basta. La follia era già passata e si lasciava dietro la solitudine più spaventosa».


Il primo articolo
Due gli avvenimenti che rimangono per sempre in Tofanelli. Il primo amore e la pubblicazione del primo articolo. Il primo amore si chiama Rosa Parri. Che, però, gli preferisce un marinaio, procurandogli una lunga sofferenza. Il primo articolo appare sulla "Nazione" nel 1923 e parla dell'attività di una segheria posta lungo l'Arno, non lontana da casa sua. Se lo porta dietro, lo mostra. Di più: lo esibisce.


L'odore del piombo

L'11 luglio 1925 la famiglia Tofanelli lascia Empoli per Milano. E, a Milano, Tofanelli vuole finire il liceo e ha in programma di iscriversi all'Università. Ma deve riporre i propositi in un cassetto. La famiglia non se la passa bene. Deve trovare un lavoro. Ci riesce, dopo due tentativi, alla Pirelli. «Fui destinato al reparto pneumatici per biciclette, del quale la Pirelli possedeva credo il monopolio. Il mio stipendio era di quattrocento lire, stipendio alla piemontese, anche se avevo soltanto diciassette anni».
Alla Pirelli rimane sei mesi. Ha altre idee. «L'odore del piombo per le mie narici era più inebriante di un intero giardino di rose. La carta stampata stava per avvolgermi come in un sudario dentro il quale avrei goduto e sofferto per tutta la vita». Mette in piedi una casa editrice (Primi Piani), che pubblica l'almanacco letterario Il Tesoretto e raccolte di Saba, Quasimodo e Ungaretti. Scrive racconti che invia a Seduzioni, rivista quindicinale diretta da Amalia Guglielmetti. Il primo racconto pubblicato è "L'uomo cane". Poi fonda il settimanale Epoca Nuova: otto pagine formato quotidiano. Taglio culturale.
A venticinque anni - siamo nel 1933 - pubblica suoi racconti nella raccolta "Impossibilità di vivere". Ha grande successo. Arriva addirittura - sostenuta da Paolo Monelli - in finale al "Bagutta", il premio letterario presieduto da Riccardo Bacchelli e che prende il nome dal ristorante, dove scrittori e intellettuali si riuniscono ogni giorno, condotto dalla famiglia Pepori di Galleno (Fucecchio).


Tre mogli
Due anni dopo - il 16 febbraio - sposa Maria Stevanini, dalla quale ha una figlia. Il matrimonio dura dodici anni. Il 30 ottobre 1947 è sciolto dal Tribunale di Bologna.
Non è l'unico matrimonio. Infatti, nel 1948 sposerà Marta Sonaré e, nel 1970, ormai sessantenne, Jole Frigeri.
Nel 1938, dà alle stampe un'altra raccolta di racconti - "Fiume Rosso" - che però passa inosservata.


Ecco Mondadori
La svolta nella vita di Tofanelli si ha con l'editore Arnoldo Mondadori. «Conobbi Arnoldo Mondadori nel 1939, quando passai armi e bagagli nella sua casa editrice. Mondadori aveva cinquant'anni. Era nato per stampare libri e giornali; cominciò quasi da bambino a Ostiglia, nell'età in cui i libri si leggono a scuola lui già li stampava».
Il cannone ha cominciato a farsi sentire. C'è paura. Non si sa quale possa essere il futuro. Ma Tofanelli non si demoralizza. Dice: si deve andare avanti. E dà vita a un giornale: Tempo, settimanale in cui hanno grande importanza le fotografie. Lo definisce "la carta più azzeccata nelle mani di un giocatore". Lo dirige con Alberto Mondadori. Redattore capo Indro Montanelli, che poi è costretto a lasciare. Gli subentra Carlo Bernari.
Mondadori ha comprato la casa editrice "Primi Piani" per avere Tofanelli a tempo pieno. Capisce che è uno che ci sa andare. Gli affida la collana Lo Specchio, con il compito di pubblicare poeti italiani importanti.
Il conflitto mondiale, coi suoi colpi di scena (caduta del fascismo, occupazione tedesca), rende la vita difficile. Anche Tempo non si salva. Tofanelli, seguito dalla famiglia, prende la strada della Svizzera. Torna in Italia il 27 aprile 1945. Bisogna ricominciare. E Tofanelli trova posto al quotidiano socialista L'Avanti, in qualità di redattore capo.


E poi Rizzoli
Ma lui ha la testa altrove. Vuole ridare vita al Tempo. Mondadori gli regala la testata, e lui si appoggia a Rizzoli, che poi lascia il passo all'Editoriale Milano. Il settimanale torna nelle edicole il 17 gennaio 1946. Guardando sempre di più allo statunitense Life, fa ampio uso del cosiddetto fototesto. In altre parole, le foto di grandi dimensioni sono corredate di didascalie corpose. Ha nello staff un talento come il fotoreporter Federico Patellani e collaboratori, con rubriche seguite, del calibro di Curzio Malaparte e Salvatore Quasimodo. È il concorrente di Oggi.
Tofanelli dirige "Tempo" per ben ventitré anni, impegnandosi con passione nel colloquio coi lettori. La rubrica "Lettere al Direttore" ha un successo incredibile e una valanga di imitatori.
Questo aspetto della sua attività è stato al centro della tesi di laurea della collega Sara Bruni, anche se limitata ai primi quattro anni.


Con Guttuso e Saba
Lasciato "Tempo", Tofanelli non si mette da parte. Non è il tipo. Vive altre avventure. Sempre più editore. Inventa i periodici Lo Speciale e Successo e il quotidiano Il Lombardo, legato alla nascita delle Regioni e a Piero Bassetti, primo presidente della Lombardia, targato Dc. Non hanno fortuna.
A questo punto, non va dimenticato l'altro fiore all'occhiello di Tofanelli. Parlo della rivista Pirelli. Fa fare un salto di qualità alla stampa aziendale. Scrive, Tofanelli nel 1957, nel momento del congedo da direttore: «I nostri programmi si basarono sull'idea di trasferire a una rivista aziendale la formula giornalistica dei settimanali in rotocalco, il cui successo cominciava fin d'allora chiaramente a delinearsi. Si trattava di realizzare un prodotto vivo e moderno in un settore della stampa abituato ai sistemi più sedentari e a ricalcare modelli invecchiati, con risultati qualche volta decorosi o lussuosi, ma in verità privi d'ogni attrattiva e, soprattutto, d'ogni utilità. Il nostro obiettivo fu presto raggiunto e il nome Pirelli andò diffondendosi e affermandosi significando qualcosa di straordinariamente nuovo: la capacità di rendere leggibili e interessanti per un vasto pubblico notizie ritenute soltanto alla portata di una ristretta cerchia di tecnici». Fa di più. In tempi diversi, attira nomi importanti. Montale vi pubblica il diario "Vacanze in Versilia". Umberto Saba, la poesia "Autunno". Carlo Emilio Gadda vi parla, a modo suo, dell'automobile. Eppoi verranno Umberto Eco, Vittorio Sereni, Leonardo Sinisgalli. Con copertine di Pino Tovaglia, Albe Steiner. Foto di Fulvio Roiter. Disegni di Renato Guttuso.
Arturo Tofanelli muore a Milano nel 1994. Oltre a belle idee nel giornalismo, oltre alle raccolte di racconti "Impossibilità di vivere" e "Fiume Rosso", lascia anche L'uomo d'oro" e Il cielo di Nuova York, introvabili, e "Memorie imperfette", ultimo libro scritto e pubblicato nel 1986.

Riccardo Cardellicchio