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Indagati i 390 titolari dei conti correnti

 ROMA. Da ieri sono ufficialmente indagati i 390 titolari di conti correnti in Liechtenstein. L’iscrizione è stata fatta dalla procura di Roma ma sulla vicenda dai prossimi giorni indagheranno 37 procure. Gli atti sulle posizioni delle procure di competenza sono partiti ieri. La maggior parte delle posizioni, oltre 100, riguardano Milano, seguono Roma (circa 60), Bolzano (40) e Firenze (20).
 Altre procure cui Roma ha inviato gli atti, secondo indiscrezioni, sarebbero Venezia, Genova, Varese, Vicenza e Pordenone. Napoli sarebbe l’unica procura del sud destinataria di atti con due posizioni. E proprio dalla procura partenopea trapela la notizia della iscrizione sul registro degli indagati per l’ipotesi di reato di riciclaggio per la vicenda Liechtenstein del parlamentare ex Udc, ora Pdl, Vito Bonsignore, e l’ex moglie del ministro Gianni De Michelis, Stefania Tucci. Il pm Vincenzo Piscitelli era già giunto ai conti in Liechtenstein indagando in altre vicende. Dalle indagini su Stefania Tucci sono state avviate nei mesi scorsi altre inchieste, tra le quali quella su Rai Fiction - con il coinvolgimento dell’ex premier Silvio Berlusconi e del dirigente di Rai Fiction Agostino Saccà - nonchè il procedimento sugli appalti della sede della Regione Campania a New York.
 Tramite il suo avvocato Grazia Volo, Stefania Tucci precisa però «di non essere mai stata titolare di conti in Liechtenstein, nè da sola nè in società con il parlamentare Vito Bonsignore» e di non aver «mai effettuato operazioni all’estero nè tantomeno per conto della Regione Campania a New York, nè per la sede della Regione a Napoli». I reati ipotizzati nei confronti dei 390 indagati sono l’infedele e omessa dichiarazione dei redditi, previsti negli articoli 4 e 5 della legge n.74 del 2000 in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto.
 L’inchiesta delle procure tuttavia rischia di finire presto in archivio: i reati in questione decadono, infatti, in sette anni e mezzo e il periodo a cui si fa riferimento è il 2002. Le somme depositate nel Liechtenstein variano da un minimo di 200 mila ad un massimo di 400 milioni di euro. La procura di Roma, per gli indagati di competenza (quasi tutti del mondo imprenditoriale), ma altrettanto faranno anche le altre procure coinvolte, si attiverà ora con il ministero della Giustizia per chiedere una rogatoria internazionale alle autorità del Liechtenstein. Ma, dopo il rischio prescrizione, la richiesta di collaborazione con il Liechtenstein potrebbe rivelarsi vana.
 Oltre all’indagine della procura di Roma è in corso un’inchiesta della procura nazionale antimafia e dello Scico della Guardia di Finanza che dovrà accertare eventuali profili di riciclaggio di denaro sporco, e la presenza di eventuali prestanome. Il nome di Bonsignore, insieme a quello dell’ex manager Montedison Carlo Sama, alla cantante Milva, erano già emersi nei giorni scorsi come titolari di conti nel principato di Vaduz. Altri nomi filtrati, quelli del presidente di Italcementi, Giampiero Pesenti; dell’industriale del farmaco (Menarini) Alberto Aleotti; di Pasquale de Vita, presidente dei petrolieri italiani. Tutti o hanno smentito o rivendicato la correttezza della loro posizione davanti al fisco e alla legge. Sulla vicenda è intervenuto Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori, dicendo di essere sicuro che tra gli evasori fiscali vi siano candidati alle prossime elezioni. «Sarebbe bene, soprattutto per una questione di trasparenza democratica - ha affermato - che questi signori uscissero allo scoperto. Loro infatti sapevano benissimo di aver commesso reati così gravi prima di accettare la candidatura, ma nonostante questo hanno accettato». Secondo il parlamentare di Forza Italia, l’avvocato Gaetano Pecorella, invece, «gli elenchi con i nomi sono inutilizzabili perchè si tratta di prove raccolte illecitamente. Il funzionario di banca che ha fornito tale dossier ha commesso un illecito visto che si tratta di informazioni coperte da segreto bancario». Pecorella attacca Di Pietro in modo esplicito: «Se lui conoscesse davvero quei nomi significherebbe che qualche rappresentante delle forze dell’ordine o dell’autorità giudiziaria glieli ha comunicati e questo non sarebbe legale perché si tratta di informazioni coperte da segreto».