Addio Alì Nannipieri, da sindaco salvò Il Tirreno

dal 18 luglio dell'anno precedente, quando i giornalisti, gli impiegati e i poligrafici si videro recapitare a casa la lettera di licenziamento dell'editore Attilio Monti.
Il giornale non mancò, in edicola, neppure un giorno perché spontaneamente si formò una cooperativa. Furono tempi e mesi contraddistinti da piccoli e grandi gesti di coraggio e nobiltà, come si conviene in una battaglia di civiltà. La voce del nostro giornale, unica nel panorama editoriale della Toscana costiera, non doveva essere soffocata. Lo capì, primo fra tutti, il direttore Carlo Lulli, che rimase generosamente alla guida della testata anche nei mesi dell'autogestione, con lo stesso "stipendio" degli altri giornalisti, degli impiegati, dei tipografi.
«Certo che senza quelle decisioni così importanti e del tutto nuove nel mondo dell'editoria - ricorda adesso l'editore Carlo Caracciolo, che rilevò il giornale il primo gennaio del 1978 - l'operazione non si sarebbe conclusa. La requisizione del giornale da parte del sindaco Nannipieri fu determinante. Noi eravamo interessati al quotidiano livornese e seguivamo con attenzione l'evolversi della situazione. La requisizione del sindaco ci fece capire che era giunto il momento di trattare».
Un punto di svolta, dunque. E anche un momento di sollievo per tutti. Perché di giorno si lavorava alacramente in redazione e nelle sedi distaccate, la sera iniziava il turno dei poligrafici, la notte cominciavano a girare le rotative. Ma durante tutto questo tempo un occhio e un orecchio erano sempre tesi al portone, in fondo a quella scala a chiocciola dove da un momento all'altro si potevano presentare i carabinieri e la polizia per farci sgomberare. Una preoccupazione con la quale era difficile convivere e che si era andata diffondendo di settimana in settimana.
La notte, quando il giornale era appena uscito fresco di stampa dalle rotative, giornalisti e poligrafici si ritrovavano a profilare le copie con la taglierina a mano, ad aiutare le donne che dovevano impacchettarlo prima di metterlo sui furgoni che l'avrebbero portato all'alba dagli ultimi lembi della Maremma alle vette delle Apuane. Ci sembrò un'avventura pionieristica, una comunione ideale di passione e - sia consentito - di protesta contro quell'editore che ci aveva licenziato dalla sera alla mattina con una lettera raccomandata senza busta, una sorta di cartolina postale, per avere la certezza che il destinatario leggesse il messaggio. Il portalettere, quella mattina, ci fece firmare e abbassò lo sguardo. E con noi c'era una città, anzi c'erano le città della Toscana tirrenica, non solo con la solidarietà dei sindaci, degli amministratori pubblici, dei lettori, ma anche con quella ben tangibile degli operai che passavano a ritirare il pacco dei giornali da vendere ai cancelli delle fabbriche.
Tuttavia questa battaglia poteva finire, facevamo un giornale in casa di altri, addirittura in concorrenza con un quotidiano dell'editore che ci aveva liquidato. La preoccupazione raggiunse il punto più alto dopo sette mesi di autogestione, quando il pretore di Livorno, su istanza della vecchia proprietà, sentenziò il suo reintegro. Era il 23 febbraio del 1977, le voci di una possibile cessione del giornale erano rimaste solo voci. Del resto chi avrebbe potuto vendere uno stabilimento e una redazione occupati? Dopo quella mazzata del giudice qualcuno pensò addirittura di sbarrare i portoni di accesso, magari ammassando armadi e scrivanie agli accessi, facendo un turno di guardia anche quando le rotative avevano cessato di sfornare il giornale.
In quel clima un po' epico, tra le notizie che si rincorrevano di mobilitazione del reparto celere, dei carabinieri di Firenze che ci avrebbero cacciati con la forza, tre giorni dopo la mazzata del giudice si presentò il sindaco Nannipieri. Fu accolto alla porta a vetri da Sergio Carlesi, il presidente della cooperativa deceduto pochi mesi fa, lo ricordava con un'emozione che gli faceva venire il groppo alla gola e le lacrime agli occhi. Nannipieri avanzava con un foglio in mano e la fascia tricolore alla vita. Quel giorno lo Stato si presentò con il suo volto migliore.
Bruno Tognetti, che fu il vicepresidente della cooperativa, sindacalista-guida dei poligrafici livornesi e giocatore di rugby, ricorda quella requisizione come l'uscita con la palla ovale dal pacchetto di mischia: «Fu un momento di gioia e di liberazione. Temevamo l'arrivo della polizia e dei carabinieri, così si sentiva dire in prefettura. Invece Nannipieri mise la sua ala, quella dell'istituzione, sullo stabilimento, che era un po' la nostra casa, affermando una cosa vera e rivoluzionaria e cioè che il giornale era un bene pubblico».
Il Telegrafo-Tirreno continuò a presentarsi in edicola. Ma la requisizione fu il passaggio fondamentale per garantirne la sopravvivenza e anche il suo futuro. Perché finalmente c'era un proprietario legittimo, la cooperativa, che quella voce non voleva spegnere, ma affidarla ad un gruppo editoriale che le avrebbe consentito di parlare tutte le mattine alla gente di Toscana.
Giuliano Fontani