Un sinistro puro come Diamanti


LIVORNO. Il genio è l'uomo che dice cose profonde in modo semplice. Nel calcio, invece, è chi fa cose complesse con semplicità. Alessandro Diamanti ha un sinistro che parla così bene che Roberto Mancini ne è rimasto incantato. Cambiasso, che doveva marcarlo, ha dovuto prendere un'aspirina. «Dai su, non la facciamo lunga...», butta lì convinto questo pratese riccioluto, valorizzato dal Prato, bocciato dalla Fiorentina e dall'AlbinoLeffe, strappato alla C2 per 400 mila euro.
Scuote la testa: «Partite così sai quante ne ho fatte...», aggiunge. In effetti è così: ma non contro l'Inter, nel giorno in cui il Livorno ha pareggiato rischiando anche di vincere con gli «scudettati».
È una bella storia, quella di Diamanti: bella perché ha potuto rompere il muro dell'anonimato. «Posso dirlo: ho sofferto tanto quando ho iniziato a capire che non avrei più giocato col nome stampato sulle spalle. Sai cosa vuol dire arrivare in serie B e ritrovarsi quasi subito di nuovo in C2? Beh, io l'ho provato anche se lo facevo per la squadra della mia città, che amo profondamente, e per la famiglia Toccafondi alla quale sono molto riconoscente».
Com'è possibile che un giocatore che a sedici anni è capace di giocare in C2, poi non riesce a sfondare? «Vorrei saperlo anch'io. Mi sono imbattuto nella cattiveria e nella falsità, la mia buonafede spesso è stata tradita, la mia sincerità strumentalizzata». Una cattiveria che ti viene in mente? «Ero all'AlbinoLeffe e scrissero che avevo portato dieci giocatori a ballare di notte. Io avevo 20 anni, ero il più giovane, mai possibile? Per fortuna il tecnico Gustinetti mi stimava».
E la sfortuna dove la mettiamo? «La sfortuna l'ho avuta. Ma non è stata solo sfortuna. Dopo il fallimento Cecchi Gori mi chiamò la Fiorentina dei Della Valle, allora Florentia Viola, scesa in C2. Vado in ritiro e mi viene un pneumotorace: mi dissero che dovevo stare fermo un mese ma mi mandarono in campo molto prima e ci ricascai. Volata in ospedale, operazione e arrivederci Fiorentina. Una stagione buttata via, un'occasione sprecata. La società pensava che avessi un problema irrisolvibile e ripartii da Prato...».
Una Fiorentina che arriverà a Livorno sabato prossimo: «Quanto vorrei batterli i viola...». Un attimo e aggiunge: «Però rivedrò il mio caro amico Bobo Vieri. Lo sai che è stato mio padre Luciano il suo primo allenatore quando Bobo arrivò dall'Australia?».
Sali e scendi: questa è la carriera del genietto che dà alla palla traiettorie da campione. «Sto bene fisicamente, il prof. Ventrone mi ha fatto lavorare tanto e bene. Il tecnico Orsi ha saputo valorizzare le mie caratteristiche e vivo in un gruppo veramente fantastico. Ora ho paura di perdere tutto nuovamente perché è sempre stata così la mia vita. Ma quali discoteche e serate: ho sempre lavorato tanto. E se ho avuto qualche bella ragazza non ho sottratto niente alla mia professione».
Un ricordo attraversa la mente del genietto che ha un sinistro tagliente come quello di Alvaro Recoba. «Sono sempre stato grato a un mio ex allenatore: Pierpaolo Bisoli, ora al Foligno. Mi diceva: "Io i calciatori li giudico solo per quello che fanno sul rettangolo verde. Perché se vanno bene lì, significa che sono bravi anche fuori". Aveva ragione».
Innamorato del Livorno e di Silvia Hsieh, cinese di Taiwan. Presentatrice e Vj, che lavora per Mediaset e Mtv, spesso con Daniele Bossari. «Una ragazza splendida. Vivo davvero un bel momento...». Ed ha paura di perdere tutto nuovamente. Ma la storia questa volta avrà un finale da fiaba. Come merita il genietto ingenuo e generoso.

Sandro Lulli