PRATO. In Toscana i comici ci nascono e ci crescono. Perché in Toscana, i giullari di corte, quelli che dovevano far ridere i signori, non sono ancora una razza estinta. Anzi. Solo che forse, di signori da far ridere su commissione oggi ce ne sono sempre meno. Marco Messeri, attore etrusco - come ama definirsi - classe 1948, con i suoi occhi da faina, e la sua pronuncia che più toscana non si può, ci racconta il suo pensiero sulla comicità toscana e ci svela anche qualche aneddoto sul fraterno amico Roberto Benigni, su Dante e sul Magnifico.
Messeri, lei è uno dei tanti toscani che negli anni70 è partito per Roma. Era una tappa obbligata?
«In effetti sì. Daltra parte i grandi attori toscani sono sempre stati costretti ad emigrare per lavorare».
Nomi? «Albertazzi, Paolo Poli, Montagnani, Nuti, Athina Cenci, Lucia Poli, Benigni...tutti a Roma. Io, nei primi anni70, fui ospitato dalla mia professoressa di lettere Lucia Poli che con Donato Sannini, Giuseppe Bertolucci, dirigeva un teatrino: LAlberico. Quasi subito arrivò anche Benigni. A quei tempi, la nostra vita era fatta di bocconcini per i passerotti».
Una vera colonia toscana a Roma...Lei però ama la Toscana. «Sì, amo la mia terra, e cerco di viverci il più possibile...anche se mi piacerebbe lavorarci un po di più. Daltronde tutti mi dicono: Nemo profeta in patria. Ma chi è questo Nemo?
Scherza o dice sul serio? «Ma per lamor di Dio, ci salvi lumorismo. Nella mia vita ho trascorso anni con entusiasmo e imprevedibilità. Ho cercato di rispondere a tutto quel che si muoveva intorno a me, con lo stupore di un bambino e sempre con la felicità della prima volta. E questo modo di fare, anche quando ero a Roma negli anni70, lo condividevo con Roberto».
Facciamo un passo indietro. Come li ricorda qugli anni? «Con grande affetto. Io ero arrivato a Roma con 26 mila lire in tasca e una chitarra che mi aveva regalato la nonna. Roberto invece arrivò dando lorologio al benzinaio di Vergaio con in tasca un salamino. Si faceva davvero la fame a quei tempi. Ma una fame gagliarda, spensierata. E alla fine, a forza di toppe e bocconcini, siamo stati graziati. E per tutta la vita, non ho mai sentito la stanchezza di dover lavorare. Mi sono sempre divertito».
Lei ha scritturato nel 1971 Benigni. Poi, non vi siete più ritrovati? «A ritrovarsi si fa sempre a tempo. Nel 1971 avevo scritto il Bertoldo azzurro, e chiamai Roberto a recitare con me. Non fu uno scherzo. Quello spettacolo fu replicato 100 volte in teatro. Poi si sa, si prendono strade diverse, Roberto sè sposato in Romagna, ci vediamo meno. Ma gli amici veri sono amici veri».
Sul palco Benigni è geniale. Ma fuori, comera in quegli anni romani? «Una persona veramente tenera. Ricordo infiniti episodi teneri, esilaranti. Una volta, sul tram, Roberto si portò dietro un coniglio che si chiamava Pippo per regalarlo alla mia fidanzata dallora. Faceva sempre il cascamorto con lei, ma con una grazia e una leggerezza tale che non cera nemmeno gusto ad essere gelosi. Ci fu un periodo che con Nuti e Troisi lo chiamavamo Modiano, perché girava sempre con la cassetta delle carte e delle fiches ed era sempre a giocare a carte. Pelava i soldi perfino ai produttori e quelli divertiti lo facevano lavorare lo stesso. Roberto ha una mente matematica ma anche una profondità incredibile.»
Lei ha lavorato tantissimo al cinema e in televisione. E molti la ricordano ancora per quella sua interpretazione del Magnifico. Teatro o cinema? «Il Magnifico lo avevo fatto sul palco del teatro Ambra Jovinelli, ed era stato un gran successo. Però poi, nessuno lo voleva distribuire. Una sera capitò Vanzina e mi propose di portare il Magnifico nel film A spasso nel tempo con De Sica e Boldi. Come dicevo prima, la vita è fatta di bocconcini per i passerotti. Comunque sono contentissimo di aver fatto conoscere al pubblico il Magnifico e il poeta Burchiello, ne sono orgoglioso».
Lei il Magnifico e il Burchiello, Benigni con Dante. E una fissazione la vostra? «No. Credo che il nostro sia un modo per far tornare vivi questi grandi autori. E soprattutto sono convinto che questa operazione faccia molto bene al pubblico. Dante è toscano e Roberto riesce a riproporlo in una maniera tutta sua. Semplifica la Divina Commedia e la libera dalla noiosità soporifera che aveva sui banchi di scuola. Poi è davvero una bella emozione vedere che il pubblico ti segue e magari torna a casa e sa qualcosa di più».
Se il Magnifico, il Burchiello e Dante si incontrassero oggi, cosa si direbbero? «Bah, difficile rimetterli insieme. Comunque, a partire da Dante, questi tre personaggi seguono un iter temporale continuo, e lo fanno soprattutto sul fronte del linguaggio. In questi autori ci sono le nostre radici».
Perché secondo lei la Toscana è terra di comici? «I popoli sono tali perché hanno unidentità. Nelle corti di Venezia, Firenze e Napoli cerano i professionisti pagati apposta per far ridere. E i comici di oggi, i toscani, hanno mantenuto lo stesso sarcasmo di allora, che è la cifra della nostra arte. E Roberto, questo lo sa».
Francesca Gori