CRESCE IL POPOLO DEGLI INDEBITATI



Esiste nel quadro politico italiano un vuoto di rappresentanza di vaste fasce sociali costituite dal sempre più esteso popolo degli indebitati; le famiglie italiane registrano un debito pari a circa il 48% del Pil, miliardi di euro, il 47% del loro reddito disponibile, una percentuale quasi impensabile solo dieci anni fa, quando il rapporto con il Pil era inferiore al 30%, ed oggi formata dalle rate del mutuo sulla casa e da innumerevoli altre voci, su cui grava il costo degli interessi.
L'erosione delle retribuzioni delle generazioni più giovani, la perdita di potere d'acquisto dei pensionati, la precarizzazione hanno spinto molti a chiedere prestiti ad un sistema bancario che, notava Mario Draghi all'assemblea dell'Abi, non ha fatto abbastanza, pur avendo operato un notevole consolidamento e avendo creato quasi un monopolio di fatto, nell'abbattere i costi di servizi che sono diventati fondamentali. Tuttavia, il punto è un altro. Per quanto le tutele espresse da Bankitalia e dall'Authority sulla concorrenza siano indispensabili per difendere una platea di soggetti esposta a rischi crescenti e priva peraltro di garanzie reali, da sole non bastano. Occorre una volontà politica di adottare misure normative, nell'ambito del quadro europeo, che si facciano carico della situazione: il debitore deve, appunto, diventare soggetto politico, così come soggetti della riflessione politica devono diventare i piccoli azionisti e i titolari di fondi previdenziali. Non è possibile affidare la difesa di settori che stanno rapidamente ingigantendo le proprie dimensioni numeriche a valutazioni tecniche e alla trasparenza degli atti che li riguardano. Il cittadino che deve misurarsi con le offerte del credito al consumo o con i piani previdenziali o con la scelta del proprio fornitore di energia difficilmente, senza l'ausilio della rappresentanza politica delle sue esigenze, sarà in grado di compiere le scelte migliori. Il profilarsi di una nuova realtà, in cui la dipendenza dei singoli dai servizi, da quelli bancari a quelli relativi alle utilities sta affermandosi, sembra avvenire senza che il dibattito politico, al di là di alcune formule abbastanza generiche riferite ai consumatori, se ne occupi con il rischio di una accelerazione dell'atomizzazione sociale.
Il consumatore, il debitore, il piccolo azionista dovranno singolarmente dotarsi degli strumenti per capire, in un panorama dove peraltro le informazioni chiare mancano quasi del tutto. Possono certo fare ricorso alle associazioni di tutela che anche in Italia ormai sono nate; ma ciò non basta in un paese fino ad ieri abituato a disporre di un tasso di risparmio molto elevato e pressoché estraneo a ogni esperienza finanziaria. Quando la pensione dipenderà dall'ultimo stipendio per il 40% e per il resto dal mercato mobiliare, quando la gestione del debito delle famiglie sarà una delle principali preoccupazioni di esse e i tassi d'interesse una questione cruciale per la loro sopravvivenza, forse allora la politica riuscirà veramente ad occuparsene.
Per ora sembra incapace di riconsiderare la proprie forme di interpretazione dei fenomeni sociali, continuando a privilegiare letture che partono dalla raffigurazione dei processi produttivi. Questa afonia rispetto ai cambiamenti in atto rischia di alimentare le pericolose manifestazioni di antipolitica che non possono essere rimosse senza affrontare problemi reali.
Alessandro VolpiUniversità di Pisa