«Fanciullacci assassino» ma il giudice lo assolve


FIRENZE.È lecito dire che il partigiano Bruno Fanciullacci, medaglia d'oro al valor militare, fu un «assassino vigliacco» perché uccise il filosofo, e seguace del fascismo, Giovanni Gentile? Secondo il tribunale di Firenze l'affermazione «non costituisce reato» e rientra nell'ambito di un giudizio lecito e di una critica legittima.
Farà discutere la sentenza del giudice Giacomo Rocchi che ieri ha assolto il senatore di Alleanza nazionale Achille Totaro dall'accusa di aver diffamato Fanciullacci, eroe della Resistenza, torturato e ucciso dai nazifascisti nel luglio 1944 a Firenze. Totaro fece quelle dichiarazioni nel 2000, quando era consigliere comunale, durante una seduta dell'assemblea di Palazzo Vecchio, riferendosi all' omicidio di Gentile avvenuto nel 1944. Insieme a lui sono stati assolti, «per non aver commesso il fatto», altri quattro esponenti di An, che ne avevano sostenuto le dichiarazioni sui quotidiani. Il suo difensore, l'avvocato Paolo Florio, ha sottolineato che «quella fu una valutazione critica politica, e a mio avviso storica, del fatto in sé e non della figura di Fanciullacci». Il pm Angela Pietroiusti sosteneva invece che le espressioni pronunciate da Totaro erano «frasi offensive della reputazione di Fanciullacci e della sua intera figura morale». Una rilettura della storia che riporta la macchina della memoria indietro fino alla Firenze del '44. I giorni delle torture nei sotterranei di Villa Triste, il quartier generale della banda di Mario Carità, squadrista della prima ora, confidente della polizia e ufficiale del servizio speciale terrore degli antifascisti. I giorni della lotta di liberazione e della rabbiosa reazione del comando militare tedesco. I giorni, appunto, dell'agguato a Giovanni Gentile, filosofo accusato di aver collaborato col fascismo fino a Salò. Gentile, 69 anni, non aveva aderito ufficialmente alla Repubblica di Mussolini, ma su richiesta del duce aveva accettato la presidenza dell'Accademia d'Italia e aveva scritto articoli e pronunciato discorsi che propugnavano la pacificazione nazionale, ma invitavano anche a «colpire inesorabilmente la pervicacia dei riottosi irriducibili». Fu ucciso mentre rientrava in casa, al Salviatino, con l'autista. Non aveva scorta. Non era armato.
La macchina si fermò davanti al cancello, in quattro si avvicinarono e gli spararono numerosi colpi di pistola. A guidare quel commando di gappisti era Fanciullacci per un'azione voluta dal Cln di Pertini, Valiani e Longo come risposta alla fucilazione di cinque ragazzi renitenti alla leva, giustiziati allo stadio di Campo di Marte. Pochi mesi più tardi, il 15 luglio, a poche settimane dalla liberazione di Firenze, Fanciullacci venne catturato per l'ultima volta. A Villa Triste gli strapparono le unghie e gli bruciarono gli occhi.
Ma lui non fece il nome di nessuno dei suoi compagni e preferì gettarsi dalla finestra piuttosto che cedere.

Francesco Nocentini