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Il film che ritrova le radici dell’anarchia

 CARRARA. Ha filmato i ghiacciai della Groenlandia, i leoni della Tanzania, ma il suo cuore è rimasto a Carrara, fra gli anarchici. Ed è qui che è nata l’idea di Antonio Morabito, regista carrarese di 35 anni: il suo documentario “Non Son l’Uno per Cento”, presentato lo scorso anno nel circolo Germinal. 75 minuti di storia nella culla dell’anarchismo internazionale, con personaggi immortalati: Alfonso Nicolazzi, Gigi Di Lembo, Donato Landini, Dominique Stroobant, Massimiliano Giorgi e Angelo Dolci. Il documentario sta riscuotendo positive critiche: prima veicolato nei centri sociali anarchici di mezza Italia, e ora entrato nelle sale cinematografiche. Il primo giugno è uscito al Politecnico Fandango di Roma. E a settembre riapproderà nella nostra città.
Oggi Morabito vive e lavora a Roma. Viaggia. Film, documentari per la Rai, cortometraggi premiati, un lungometraggio. E’ molto orgoglioso di «Non son l’uno per cento. Anarchici a Carrara”. «Sì - dice - abbiamo deciso di farlo uscire in modo autonomo. E’ stato proiettato anche al cinema dei Piccoli a Roma, al Modernissimo di Napoli, a Perugia, in questo periodo al Nazionale di Pisa. Me lo hanno chiesto a Udine e dovrebbe uscire anche al cinema Messico di Milano e al cinema atelier Stella di Firenze. Non riuscendo a entrare nella grande distribuzione, lo proponiamo con una programmazione autonoma, contattanto le singole sale, e un buon numero in Italia ha detto sì. Per Carrara se ne sta occupando l’Arci, Circolo Palomar di Massa con Riccardo Pozzi». Il quale conferma che a settembre il documentario sarà proiettato al Garibaldi. «C’è la disponibilità del Comune».
 L’opera di Morabito è fatta, come dice lui, di telecamera e microfono. Così è nato questo viaggio fra gli anarchici: un editore, un professore universitario, uno storico, uno scultore e un tipografo. Per raccontare della Fai, delle vicende a partire dal 1894. La rivoluzione spagnola del 1936, la lotta partigiana, il fascismo, la fine della seconda guerra mondiale, fino a oggi: ai movimenti no-global e new-global, i temi dell’ambiente, del lavoro precario. Si parla di Pinelli e Valpreda, di Gaetano Bresci (il monumento dedicatogli dagli anarchici è nel parco di Turigliano), ci sono brani tratti da opere di Robert Bresson, Pier Paolo Pasolini, Mario Monicelli, Woody Allen. Il titolo viene da una canzone di Leo Ferrè. All’inizio, lo storico tipografo Alfonso Nicolazzi (scomparso nel 2005) dice: «Ma come si fa a non essere anarchci?». E più avanti l’altra anima della tipografia Donato Landini: «L’anarchia ha a che vedere con il quotidiano. Tante persone fanno scelte anarchiche ogni giorno e non se ne rendono conto».
 Come ricordano gli anarchici nel loro giornale “Umanità Nova” che si stampa in città, Morabito «veniva regolarmente invitato a desistere dal filmare e intervistare gli anarchici. Atteggiamento comprensibile in quanto siamo abbastanza abituati a vedere i prodotti di registi o aspiranti tali, che comunque hanno sempre dimostrato grande dimestichezza nel distorcere immagini e contenuti, mostrando l’anarchismo in folklore o poco più». Ma con Morabito è stato diverso e si è creato «nel corso di quesi due anni di lavoro, un ottimo rapporto di amicisia, stima e fiducia». Ecco allora che il film documentario racconta i personaggi, mostra le cave, pezzi di repertorio, foto e musiche che scandiscono alcuni momenti significativi del movimento anarchico. Come l’immagine di Alfonso Nicolazzi che abbatte con la mazza il muro posto all’ingresso del Germinal in piazza Farini, negli anni Noventa, a seguito dello sgombero forzato degli anarchici dalla loro storica sede. Un film documento che dopo un anno torna nella nostra città, dove ancora batte il cuore anarchico, dove c’è la libreria del circolo, dove la tipografia in via San Piero nel centro storico funziona a pieno ritmo: dove il tipografo Donato Landini ti accoglie fra macchinari datati e moderni computer, dove si respira il passato e il presente.