Le signore degli allevamenti


«Le donne sono più brave ad allevare, i bambini come gli animali. La passione materna aiuta anche in agricoltura». Monica Balzarini ne è convinta, e lei parla per esperienza: a un certo punto della vita si è messa a "tirar su" suini. Ma non suini qualsiasi: maiali di cinta senese, la razza autoctona toscana, quella più pregiata, fatta di animali che vivono all'aperto, insofferenti agli spazi chiusi delle porcilaie.
La Balzarini non è certo l'unica donna ad aver fatto una scelta del genere. Le allevatrici di suini "di cinta" sono in rapidissimo aumento, tanto che ormai su quattro titolari di azienda una è donna. Una novità. Perché è vero che in passato erano proprio le ragazze - insieme ai bambini - a portare al pascolo i maiali, ma oggi le signore non si limitano a dare un aiuto, sono loro ad avere le redini delle imprese.
In Toscana le manager degli allevamenti sono una quarantina su 156, secondo il recente censimento dell'Arsia, quasi tutte fra i 35 e i 45 anni. E con un alto titolo di studio: il 20% è laureata (quasi sempre in agraria) e il 65% diplomata. Dunque è anche grazie a loro che il suino di cinta, pochi decenni fa vicino all'estinzione, ha avuto invece uno straordinario recupero pur restando - necessariamente - una produzione "di nicchia".
Claudia Martinez è titolare di una grande azienda - 520 ettari di terreno - a Scorgiano, nel comune di Casole d'Elsa, ai piedi della Montagnola, zona doc del suino di cinta che nasce proprio da queste parti (è uno dei quattro nuclei di selezione). La Martinez è una che si è fatta "sul campo": «ho imparato sperimentando, sia in agricoltura che nella zootecnia». All'allevamento arriva all'improvviso, rivoluzionando d'un tratto la sua vita. L'anno della svolta è il 2002: è allora che da Firenze, dove fino a quel momento ha vissuto - lavorando nello studio di un consulente del lavoro - la donna si trasferisce in campagna.
«L'azienda di famiglia mi ha chiamato», dice semplicemente, eppure con tono assoluto. Un'azienda che i suoi si tramandano da secoli e che Claudia conosce e frequenta fin da quand'era bambina, vivendola però come luogo delle vacanze, della libertà, più tardi del relax. «La guardavo con occhi lontani», era un altrove.
Ma appena a Scorgiano c'è bisogno di lei, la signora molla tutto e parte, «e ora mi chiedo perché non l'ho fatto prima». Diventa subito la titolare dell'azienda agricola, ma è solo dall'anno successivo, visto che con i cereali non si ottengono grandi guadagni, che comincia a dedicarsi ai suini. Parte con pochi animali, e anno dopo anno li aumenta: adesso nei momenti migliori il suo allevamento ne conta 850, e più della metà sono di cinta senese.
Nel frattempo l'imprenditrice si dedica anche all'agriturismo. Tutte attività collegate tra loro, fino quasi a formare una specie di filiera interna: si parte producendo cibo per i suini (la tenuta comprende anche 300 ettari di seminativo) e si chiude con la commercializzazione. Soltanto la trasformazione delle carni è affidata a terzi, poi però i salami e i prosciutti tornano in azienda per essere venduti, ai commercianti ma anche agli ospiti dell'agriturismo. «Insomma si è innescato un circolo utile».
La tenuta comprende pure una fattoria didattica, per i ragazzi delle scuole, mentre c'è un progetto per coinvolgere l'università. Spazio in azienda ce n'è tanto, e questa è una condizione ideale perché di spazio i suini di cinta, vivendo allo stato semibrado, hanno un gran bisogno. A Scorgiano hanno a disposizione un boschetto che diventa utile soprattutto al tempo delle ghiande. Insomma grazie al maiale di cinta, che ha dato nuove attrattive all'attività agricola, la fattoria di famiglia continuerà a vivere e a tramandarsi: non a caso uno dei figli di Claudia studia agraria, l'altro (insieme allo zio) lavora già qui.
L'allevamento di Monica Balzarini invece è piccolo (15-16 fattrici, un centinaio di maialetti l'anno al massimo) e situato fuori dalla zona tradizionale del suino di cinta: segno che l'attività si sta espandendo in Toscana. Siamo a Nibbiaia, provincia di Livorno, su una collina ventosa e non particolarmente fertile: quattro ettari appena (ma con la speranza di averne altri 30 in concessione) dove le macchine agricole s'inerpicano a fatica. «Proprio per questo ho scelto un tipo di allevamento che ha bisogno di boschi», spiega. Ha cominciato con poco: «un esperimento, solo due fattrici e un verro». E' andata. «E' troppo bello», dice entusiasta. Lei i suoi maiali li chiama per nome, «e loro rispondono, come i cani, anzi sono convinta che se si addestrassero darebbero più soddisfazioni ancora». Sono animali molto socievoli - insiste - «ti seguono bene: se tu dai, anche loro ti danno. Credo che le donne ci sappiano fare di più, in quest'attività, l'ho notato anche con altre colleghe, noi riusciamo a stabilire un rapporto particolare, dove c'è la mano femminile l'allevamento è diverso. Se ami gli animali, se ci metti una passione materna, il risultato arriva».

Gemma Vignocchi