Come cominciai? Volevo una maglietta e diventai conduttrice

N on dicono già tutto il nome e il saluto? «Bentrovati nella casbah di "Village", il villaggio musicale di Radio 1». Silvia Boschero, fiorentina, li chiama a raccolta così, gli ascoltatori del suo programma. Dal lunedì al venerdì, alle 13.33 in punto, ti sintonizzi sulla frequenza ammiraglia della Rai e senti questo squillante «Bentrovati nella casbah di "Village"» che ti accoglie a braccia aperte nell'unico spazio che Radio 1 dedica interamente alla musica.
«Lo penso come una casbah - dice Silvia - perché "Village" è un'isola, un luogo a sé, dove capitano cose che fuori non trovi».
«Uno spazio ben delimitato, animato da diversità vivaci e contagiose: una mescolanza allegra e un po' caotica di spunti di riflessione che arrivano dai quattro angoli della Terra, dal passato come dal presente, per entrare in risonanza l'uno con l'altro. Il nome poi è un tributo al Greenwich Village di New York, un posto che di incontri e bei personaggi ne ha visti tanti; un simbolo di arte, poesia e musica che si mettono insieme per creare fermento».
Se il Village di Allen Ginsberg e dell'anticonformismo targato Beat Generation è stato il palcoscenico bohemien della Grande Mela, il nostro "Village" è da anni un programma di culto. Ospiti, musica dal vivo, interviste, speciali e anteprime; generi diversi che si alternano su una passerella radiofonica deputata a un piccolo grande miracolo quotidiano: fare intrattenimento con la cultura, dimostrando che il (sempre più utopico) binomio qualità-leggerezza è non solo possibile ma conveniente. Che intelligenza e gusto possono ancora illuminare la prospettiva triste e asfittica dell'audience.
Silvia Boschero è la sacerdotessa del rito: è grazie a lei se il "mondo della musica" tout court - dalle sonorità visionarie dei Radiohead ai vellutati virtuosismi di Maurizio Pollini, dalla sensualità dei ritmi latinoamericani alla rabbia nostrana dei Verdena - di colpo sembra così a portata d'orecchio. A lei che riesce a introdurti in ciò che non conosci senza «fare la lezione, evitando di farla cadere dall'alto». Ma non è tutto: la Boschero è anche giornalista, così musicisti e generi e interviste finiscono sempre per carambolare da un medium all'altro, dalla radio all'"Unità" alle riviste specializzate. Lei, nata e cresciuta a Firenze da genitori romani, dal 2000 romana d'adozione, dice che «lavorare su vari fronti è l'ideale: quello che non puoi raccontare per radio lo approfondisci in un articolo, e gli artisti che intervisto per il giornale prima o poi li porto in radio. Così il loro lavoro viene fuori con tutti i colori al posto giusto. Insomma, è bellissimo, perché oggi la musica è la mia vita».
E pensare che tanto fortunata carriera si è materializzata di colpo da un concorso e una maglietta...
«Ti racconto come è andata. Firenze, 1995. Sono un'ascoltatrice accanita di Controradio. Ho un sacco di amici musicisti che suonano in vari gruppi, e Controradio manda spesso in onda i loro pezzi. Io sono sempre lì sintonizzata, per vedere se passa qualche brano di gente che conosco. Un giorno l'emittente propone un concorso: tu chiami, e se rispondi giusto alla domanda sui Pink Floyd vinci una maglietta. Mi precipito sul telefono, rispondo alla domanda e vinco la maglietta. Il giorno dopo mi presento agli studi di Controradio per ritirarla, e dai discorsi capisco che cercano una voce femminile. Non avevo nessuna esperienza al riguardo, ma sento che devo lanciarmi: mi mostro interessata. L'allora direttore artistico mi fa: "Bene, allora tu segui la musica...". E io: "Eh sì, mi occupo di musica (con enfasi su "occupo"). La maglietta poi non l'ho mai messa - era orribile - ma ho cominciato con la radio».
Che cosa ti ha insegnato la palestra di Controradio?
«Praticamente ho imparato tutto lì. Le radio libere hanno questo di bello: ti fanno fare il salto mortale senza rete sotto, ti lanciano nell'arena con un "in bocca al lupo", così, libera di sbagliare. Se penso adesso a quanto erano matti, quelli di Controradio, a lanciarmi così allo sbaraglio, mi viene la pelle d'oca. D'altra parte quella è una scuola fondamentale. Se non fai la radio locale, è difficilissimo imparare a fare quella nazionale. Il mio primo programma andava in onda il pomeriggio ed era dedicato alla musica alternativa. Facevo da sola la regia, sceglievo e mettevo i brani, tasti del mixer e dischi sempre lì a portata di mano. E poi avevo le telefonate in diretta, senza filtro: nessuno che ti dicesse "Occhio che questo che ti passo è un po' fuori". Non hai idea delle conversazioni che mi sono trovata a gestire. Un manicomio. Le grandi emittenti hanno tutte la regia automatica: il ritmo della trasmissione lo decidono dall'altra parte del vetro. Non voglio fare la romantica per forza, ma così un po' di fascino si perde. Sono contenta di aver lavorato anche "alla vecchia maniera". Un'altra cosa meravigliosa di quel periodo è stata la confidenza col pubblico: oggi posso dirti che quel fatto di sentire gli ascoltatori così vicini un po' mi manca. Da quella vicinanza ho imparato ad arrivare al pubblico in modo franco, schietto, con un approccio non calato dall'alto».
La prima diretta?
«Panico puro, terrorizzatissima. Avevo talmente paura di perdere il filo che cercavo di scrivermi le cose da dire. Ovviamente non funzionava. L'unico mio salvagente era un bravissimo dj, David "Love" Calò: nei momenti di crisi nera mi aggrappavo a lui. In fondo, non erano stati così matti da mandarmi in onda da sola. D'altra parte, la magia di Controradio stava anche in quella fiducia che ti veniva concessa in tutta spensieratezza e che ti permetteva di crescere, di capire i tuoi passi».
Un momento di Controradio che ricordi con maggior terrore?
«Un'intervista con Wynton Marsalis (mitico trombettista jazz americano, ndr) totalmente improvvisata dal nulla: della sua musica non conoscevo una nota. Credo di aver perso 2 anni di vita».
Le dirette che ricordi più volentieri?
«Quelle fatte assieme a Marina Petrillo di Radio Popolare, bellissime. Radio popolare era l'emittente capofila di una syndacation nazionale, Popolare Network, a cui aderiva anche Controradio. Marina e io facevamo un programma che si chiamava "Patchanka": la cosa buffa era che lei trasmetteva da Radio Popolare di Milano, io da Controradio di Firenze, ma gli ascoltatori avevano l'impressione che le nostre voci provenissero dallo stesso studio. Avevamo gli ospiti, facevamo interviste. Io e lei non ci vedevamo, però ci sembrava di stare l'una di fronte all'altra».
Per par condicio: un momento terrificante di "Patchanka"?
«Una trasferta a Londra, da incubo. Vado là per intervistare il mio idolo, Caetano Veloso. Bella chiacchierata, lui gentilissimo. Torno a casa e mi accorgo che ho fatto casino con i tasti e sul minidisc non è rimasta una parola. Non so come abbiano fatto a non mandarmi a quel paese. Per "Village" ho intervistato Veloso altre due volte: ovviamente con due registratori».
Alla Rai come sei arrivata?
«Grazie a Radio 2, dove sono rimasta un paio di anni. Facevo "Il Cammello". Ho collaborato anche con Radio 3. A Radio 1 invece sono arrivata grazie a "Baobab". L'avventura di "Village" è iniziata quattro anni fa: il primo anno ero al fianco di Gerardo Panno, mentre le ultime tre edizioni le ho condotte da sola».
Gli incontri davvero indimenticabili di "Village"?
«L'anno scorso sono stata a Londra per intervistare Stevie Wonder: fai conto che lui incontra i giornalisti tenendo una tastiera a portata di mano, le cose che dice le commenta con fraseggi e accordi. Ti immagini, trovarsi in una stanza con Stevie Wonder che suona una tastiera per te? Roba da liquefarsi sul pavimento. Di nomi me ne vengono in mente tanti: Elvis Costello, i Pearl Jam, i Red Hot, i Coldplay... Devo dirti una cosa che non mi fa piacere: sai che spesso le star straniere se la tirano molto meno delle nostre? Anche se spesso la colpa è soprattutto delle case discografiche, che fanno sempre un sacco di problemi. Tempo fa ho fatto un'intervista a Yoko Ono, la vedova Lennon. Prima di passarmela, quelli della casa discografica lì a ripetermi di parlare solo del suo disco, di non fare domande né sul marito né sui figli. Io ho detto va bene, poi ho fatto tutte le domande e alla fine una domanda su John Lennon l'ho sparata: ho pensato al massimo mi attacca giù il telefono».
E Yoko ha attaccato?
«No, no, figurati. Ha risposto eccome. Anzi, tranquillissima, non la finiva più di raccontare...».