Passannante si lamenta ancora

PORTOFERRAIO.È una storia che passa dall'Elba quella degli spettacoli, delle petizioni e dell'autorizzazione ministeriale per trasferire in Basilicata i resti di Giovanni Passannante, l'anarchico lucano che nel 1878, a Napoli, attentò la vita del re Umberto I con un coltellino. Una storia che passa da Portoferraio, dalla Linguella bagno penale, dove Passannante fu imprigionato per oltre dieci anni, in una cella buia di due metri per due e alta un metro e 50 centimetri, sotto il livello del mare, con al piede una palla di ferro pesante 18 chili. Non una storia di sconto di pena, dunque, ma di tortura, che all'epoca destò lo sdegno di moltissime persone in tutta Europa e che proprio per questa pressione dall'estero riuscì a diventare un caso anche in Italia.
Ma neppure la morte ha chiuso il caso: quel che resta di Passannante (il suo cadavere fu decapitato e in parte dato in pasto ad animali), sono la scatola cranica e il cervello e si trovano esposti al Museo criminologico di Roma. La Basilicata e il Comune di Salvia vogliono dargli sepoltura e questa richiesta è sostenuta da intellettuali, artisti, politici.
Passannante nacque da una povera e numerosa famiglia a Salvia, paese che cambiò nome in Savoia di Lucania dopo l'attentato al re come atto di riparazione verso la famiglia reale. Autodidatta, si avvicina agli ideali del Sol dell'avvenire e dell'anarchia e si trovava a Napoli per lavorare come cuoco quando, il 17 novembre 1878, attenta alla vita del re con un temperino. Fu subito arrestato, torturato, inizialmente condannato al patibolo, poi, per grazia del re, al carcere a vita, che scontò nella torre della Linguella, a Portoferraio, dove arrivò il 31 marzo 1878 con un piroscafo partito dalla Campania. L'incredibile storia di quest'uomo è stata raccontata con passione da Giuseppe Galzerano nel libro "Giovanni Passannante", sottotitolo: "La vita, l'attentato, il processo, la condanna a morte, la grazia regale e gli anni di galera del cuoco lucano che nel 1878 ruppe l'incantesimo monarchico".
Nel libro di Galzerano sono molte le pagine che raccontano del "sepolto vivo" all'Elba. I portoferraiesi sentono i suoi lamenti provenire dalla celletta della Linguella, che ribattezzano Torre di Passanante e così viene ancora chiamata dalla gran parte della cittadinanza. Nella cella sotto il livello del mare, nei primi due anni di reclusione Passannante si ammalò di scorbuto e ai reni, perse i capelli, diventò magrissimo. I suoi lamenti erano sentiti in tutta la città, ma nessuno poteva parlare di lui e neppure il vescovo e l'ambasciatore inglese ottennero il permesso di visitarlo. Ci riuscì, per 5 minuti nel 1885, il deputato socialista Agostino Bertani arrivato sull'isola insieme alla giornalista Anna Maria Mozzoni. La Mozzoni, una delle pioniere italiane del femminismo, scrisse sul sepolto vivo un articolo che nessun giornale italiano volle pubblicarle; la storia fu pubblicata in un libro di Francesco Saverio Merlino nel 1990 in Francia e il «delitto della civiltà italiana» nei confronti di Passannante diventò un caso anche in Italia, con articoli sul Messaggero. Scoppiò scoppiò lo scandalo.
«A Portoferraio - scrive Galzerano - si seppe che Passannante non era più nella torre perché improvvisamente non si udirono più i suoi lamenti». Partito dall'Elba il 1º aprile 1889, fu chiuso nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino il 21 maggio; alto un metro e 63 centimetri, pesava 51 chili, risparmiava sul vitto per poter comprare fogli su cui scrivere le sue idee sulla Repubblica universale. Sopravvisse a Umberto I, ucciso dalla rivoltella di Gaetano Bresci, e morì la mattina del 14 febbraio 1910 per broncopolmonite, aveva 61 anni. «Aveva vissuto 29 anni di libertà, di speranze, di fiducia nell'avvenire, alla luce del sole, tra le montagne innevate della sua Salvia e del mare azzurro di Salerno - scrive Galzerano - e 32 lunghi anni di patimenti, nell'oscurità di una cella incatenato con una catena di diciotto chilogrammi, sopportati grazie alla sua forte tempra di contadino e di meridionale, senza mai pentirsi».
Luana Rovini