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Vogliamo ingegneria navale e biotech

 LIVORNO. Altro che a gonfie vele, la crescita della nautica tira fuori un motore da un milione di cavalli e fa volare i numeri del settore: tutti, tranne quelli della ricaduta locale. Vincenzo Poerio, amministratore delegato di Azimut Benetti, lo dice chiaro al conclave che il Comune ha indetto alla Fondazione Lem per presentare la ricerca dell’Irpet sulla nautica: l’azienda guida c’è, la disponibilità a investire anche, il mercato idem. L’unico limite vero? Mancano manager e persone, c’è una difficoltà di reperire fornitori in sede locale («il 68% viene da fuori»).
 La ricetta prova a scriverla il sindaco Alessandro Cosimi: sulla rampa di lancio l’idea di cercare di allargare l’alleanza con l’università. Su due fronti dell’economia del mare: l’uno è la nautica, l’altro sono le biotecnologie.
 In fatto di nautica, Cosimi va a caccia del bis dopo l’exploit di successo con il decollo del corso di laurea in logistica: fare qualcosa del genere con ingegneria navale. E’ un tassello mancante nella facoltà di ingegneria dell’ateneo pisano, una delle più prestigiose del nostro Paese: e «fare del nostro territorio un punto importante anche in fatto di progettazione». A parere del sindaco, è una progiudizio che coniuga l’interesse della città, quello delle realtà produttive ma anche quello dell’università («può avere un radicamento in rapporto alle industrie che tirano»).
 Dall’assessore provinciale Simone Bartoli è arrivata anche una sottolineatura: niente di meglio che ingegneria navale per valorizzare il rapporto con pezzi di ateneo che ci sono già, come l’“università del mare” rappresentata dall’Accademia navale.
 Però Cosimi, sotto gli occhi dell’assessore regionale Ambrogio Brenna, prende la palla al balzo per lanciare anche l’altra metà della proposta: c’è un progetto che raccorda la Regione con le tre università toscane, ma ha un baricentro farmaceutico mentre invece «è nel mare buona parte del futuro delle biotecnologie». E Livorno - aggiunge - ha una freccia al proprio arco: l’esperienza del Centro interuniversitario di biologia marina, nato nel ’67 dall’alleanza fra il Comune e gli atenei di Bologna, Modena, Torino, oltre alle tre università toscane.
 Nient’affatto un pachiderma burocratico o una scatola vuota: anzi, dal quartier generale di Barriera Margherita ha lavorato per ministeri e enti collegati (come l’ispettorato per la difesa del mare e l’Icram), istituzioni europee, grandi gruppi come Eni (Snam e Saipem), Pirelli e Telecom.
 Il messaggio non è chiuso in bottiglia: atterra un metro più in là davanti a Ambrogio Brenna, che in Regione nella squadra del governatore Martini segue le attività produttive e l’innovazione nell’economia (università e ricerca sono invece in mano a Gianfranco Simoncini, ex rosignanese come ruolo politico ma da vent’anni livornese per residenza).
 L’assessore regionale mette i piedi nel piatto: e comincia prendendo a picconate l’idea che gli imprenditori delocalizzino le loro aziende unicamente per andare a caccia del posto dove la manodopera costa solo spiccioli. «Nel 68% dei casi non è così: lo spostamento - sbotta Brenna - mira a presidiare nuove aree di mercato o a reagire all’inadeguatezza dello standard dei servizi esterni all’impresa».
 La Toscana su cosa può contare? Su uno dei Cnr più importanti d’Italia, su 250 centri di ricerca e una cinquantina di poli di trasferimento tecnologico per concretizzare in innovazione produttiva i passi in avanti della ricerca: per Brenna è la riprova di «una straordinaria ricchezza ma anche di un garnde limite». Quale? «Difficile credere che tutto questo sappia fare sistema».
 Capitolo biotecnologie. L’esponente della giunta Martini ripercorre come da Siena è nata l’idea della fondazione sulle scienze della vita (Toscana life sciences) sul triangolo con Firenze (dov’è la più grande attrezzatura al mondo per la risonanza magnetica) e Pisa (che ha un Cnr di altissimo livello). E Livorno? Brenna offre una chance: parla del Centro di biologia marina (dalla tribuna del convegno cita in realtà il Lamma ma è una svista) e lo indica come il «grimaldello» che la città ha per far valere le buone ragioni dell’idea di allargare al mare l’attenzione sulle biotecnologie. Poi, tosto come al solito, non risparmia una strigliata agli atenei toscani: «Si sveglino!».
 C’è però anche chi lo svegliarino lo suona anche per qualcun altro. «L’innovazione c’è già», dice l’architetto Massimo Gualandi, rappresentante di una impresa che si occupa di progettazione high tech. Striglia nell’ordine: 1) gli operatori del settore; 2) l’ambiente economico locale; 3) la Regione. Ai primi tira le orecchie perché hanno platealmente disertato l’incontro. Al sistema economico livornese rimprovera una refrattarietà all’apertura a nuovi soggetti e nuove idee («lavoriamo per Azimut ma i nostri interlocutori li abbiamo al Nord e anche in grandi studi di livello internazionali, qui invece nel complesso abbiamo notato una difficoltà»). E quanto alla Regione, avverte: sì, fa il bando per l’innovazione tecnologica ma poi offre un contributo tagliato unilateralmente del 75%, a chi potrà servire?
 Non è semplice mandare a posto i mille tasselli, come nei rompicapo di 15 caselle del tempo che fu. «Confessiamolo, la rilevanza della diportistica - puntualizza a nome dei sindacati Marco Morelli, numero uno della Uil provinciale - tutti noi qui l’abbiamo capita solo dopo l’arrivo di Azimut: fino a quel momento i gusci in vetroresina spuntavano come funghi in provincia in mezzo ai campi di cavoli. E agli imprenditori dico: c’è bisogno di manodopera specializzata ma anche di imprese che non intendano pagarli come apprendisti o precari».
Mauro Zucchelli