La settimana del "terrore nero"

PRATO. L'11 gennaio 1922, alle ore 15,30 in via del Serraglio il tessitore comunista Cafiero Lucchesi sparò mortalmente tre-quattro colpi di rivoltella contro Federico Guglielmo Florio, comandante fascista delle squadre d'azione. Questa vicenda fece precipitare la situazione in città, dando luogo alla "settimana del terrore nero". Florio era noto per il suo accanimento verso gli avversari. Non solo organizzava contro di loro ripetute spedizioni punitive, ma li umiliava personalmente percuotendoli con il suo frustino.
E' stato accertato che fu lo stesso Florio ad assalire Lucchesi, provocando la sua reazione.
Scattò allora la vendetta degli squadristi. Mezz'ora dopo fu data alle fiamme la Camera del lavoro, in corso Principe Amedeo.
Un altro gruppo si diresse alla cooperativa tipografica di via dei Sei, sede del giornale socialista "Il Lavoro", distruggendo materiali e macchinari.
Poco dopo, alle 17, si tenne una manifestazione di protesta davanti al municipio. I fascisti tentarono di sfondare il portone chiuso, come già successo il 17 aprile 1921 quando fu devastato il Comune.
La notizia di questi drammatici eventi arrivò in al prefetto di Firenze, che dispose il concentramento in città di un massiccio rinforzo di guardie regie e carabinieri.
Ma la furia fascista colpì proprio dove mancava questo controllo. In via Filippino, dietro piazza del Duomo, fu assaltata la casa dell'assessore socialista Angiolo Innocenti. Questi riuscì per tempo a far perdere le proprie tracce. Si sarebbe rifugiato in Austria dando vita ad una forte organizzazione antifascista, con personalità come Angelica Balabanoff e Giuseppe Saragat, futuro presidente della Repubblica dal 1964 al 1971.
Il 12 gennaio, alle ore 11, la giunta comunale socialista si riunì per rassegnare le dimissioni. Al suo posto si insediò il commissario prefettizio Municchi.
Nei giorni seguenti furono affissi sui muri alcuni manifesti minacciosi, per lo più rivolti contro socialisti e comunisti. In quello più intimidatorio, l'invito esplicito era che abbandonassero la città entro le ore 19 del 14 gennaio, pena il rischio di subire"il trattamento che si meritano i traditori e i delinquenti".
Il 17 gennaio 1922, Florio morì. Il giorno successivo arrivò una lettera di cordoglio di Gabriele D'Annunzio.
Il "Vate", pur manifestando il proprio dolore per la scomparsa del comandante fascista, evidenziò il suo errore nell'aver lasciato i valori ideali per cui aveva combattuto a Fiume, "per scagliarsi nella guerra civile". Due giorni dopo si tennero i funerali. La sua salma fu salutata da diverse migliaia di persone, compresi rappresentanti di fasci ed associazioni di ex combattenti toscane e nazionali.
I "fatti di Prato" accelerarono il controllo fascista sulla città stessa e l'intera Valle del Bisenzio molti mesi prima della Marcia su Roma.
Che cosa accadde invece a Cafiero Lucchesi? Fuggì all'estero, riparando in Russia. Andò incontrò ad un paradossale destino: arrivato qui per sfuggire alla vendetta degli squadristi, rimase vittima delle purghe staliniane.
Il 4 giugno 1938 fu fucilato a Butovo, piccolo centro a 27 chilometri da Mosca.
A.B.