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Maximo e Sottile: la coppia riformista finisce sotto il Colle


FIRENZE. Luciano Giorgi, ex senatore socialista, avvocato grossetano, uno degli amici toscani più fidati di Giuliano Amato, assicura che il dottor Sottile sta vivendo queste giornate quirinalizie «con grande serenità». In realtà le cronache raccontano di colloqui tesi tra l’ex premier e il segretario della Quercia Piero Fassino: «E’ veramente strano che voi diessini non difendiate il vicepresidente del Partito socialista europeo. E’ anche il vostro partito, o sbaglio?», avrebbe domandato polemico il dottor Sottile al numero uno del Botteghino.
 Ad Amato non sarebbe andato giù il fatto che i Ds non lo abbiano candidato al Quirinale quando da parte del centrodestra ci sarebbe la disponibilità a votarlo. «E’ davvero triste che Livia Turco abbia detto in tv che se Amato è vicepresidente del Pse è per merito dei Ds. Purtroppo Giuliano non ha dietro di sé un partito vero, delle truppe per contare», si sfoga Giorgi.
 Quei due leader «toscani». Così la partita per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica rischia di consumare uno dei sodalizi politici più promettenti per la sinistra. Quello, appunto, tra Giuliano Amato e Massimo D’Alema, tra il dottor Sottile e il lider Maximo. Una storia che per molte ragioni parla toscano. Amato è stato alle elezioni politiche il numero due dell’Ulivo in Toscana e questa è la sua regione, qui è nato, a Lucca, 68 anni fa, qui ha studiato, si è sposato, ha iniziato a fare politica e abita, ad Ansedonia, comune di Orbetello. Anche D’Alema ha radici toscane, soprattutto pisane, dove ha studiato alla Normale ed è stato anche capogruppo del Pci nel consiglio comunale di Pisa. Ma soprattutto la Toscana è roccaforte dalemiana: qui il lìder Maximo ha molti amici.
 Cosa 2, fatale attrazione. Alla Toscana sono legati alcuni momenti salienti dell’attrazione e poi della consunzione del sodalizio tra D’Alema e Amato. A cominciare dalla nascita della Cosa 2, cioè dei Ds, come confluenza della tradizione degli ex comunisti, socialisti e repubblicani, tenutasi a Firenze, nel febbraio del 1998. Per la nuova creatura D’Alema corteggiò Amato come il socialista più credibile e autorevole. Gli propose addirittura la presidenza del nuovo partito. Ma Amato declinò l’invito: «La Quercia non è la mia casa. Io passeggio sul marciapiede di fronte, ogni tanto guardo dentro le finestre e do qualche consiglio a chi ci vive».
 L’imbarazzo degli amici. Ma il rifiuto ad impegnarsi direttamente nei Ds non impedisce al dottor Sottile di collaborare con il lìder Maximo alla fondazione Italianieuropei, laboratorio dei riformisti italiani. «Che cosa li unisce e li divide? Bella domanda ma io non parlo. Sono amico di entrambi e non vorrei essere scortese», fa sapere il livornese Andrea Romano, ex direttore della fondazione. Non è l’unico a rifiutarsi di parlare. Tra gli amici toscani dei due leader si respira un certo imbarazzo per questo sodalizio politico che rischia di andare in frantumi nella corsa al Quirinale.
 Unipol, l’affondo di Amato. Una crisi che però non arriva come un fulmine a ciel sereno. I segni della discordanza tra i due leader se ne rintracciano parecchi nelle cronache politiche degli ultimi mesi. E anche in questo caso la Toscana è crocevia di una divaricazione annunciata. Basti pensare ad esempio al tormentone estivo sui furbetti del quartierino, sull’Unipol e il Mps. «Un inguacchio», è l’espressione con cui Amato definisce gli intrighi bancari, le intercettazioni, i favoritismi, le scalate ai giornali, le Opa e tutto il resto. E guardando all’affare Unipol-Bnl e all’imbarazzo del centrosinistra si domanda: «Ma con tutti quei soldi, quante altre cose più utili si potevano fare?».
 Secondo dietro Chiti. Un’altra vicenda spinosa è stata la compilazione della lista dell’Ulivo toscano per le elezioni politiche quando Amato ha insistito di rimanere candidato nella sua regione, anche a costo, come è poi successo, di fare il numero due di Vannino Chiti, dalemiano tendenza Fassino. Quel Chiti che Amato promosse a suo sottosegretario quando è stato presidente del Consiglio. Il dottor Sottile anche allora rispose ai Ds la stessa cosa che ha detto domenica a Fassino: «Capisco».
 Un uomo senza partito. Anche per le elezioni politiche è valso lo stesso criterio usato per il Quirinale: serviva un candidato targato Ds e Amato è solo uno che la Quercia la guarda dalla finestra. Troppo poco nella logica degli equilibri partitici. «Massimo è più leader politico mentre Giuliano è sottile consigliere», taglia corto il sindaco di Pisa Paolo Fontanelli. Mentre l’ex socialista Valdo Spini osserva che se il dottor Sottile è l’uomo «della sapienza istituzionale e della finezza nell’arte del compromesso», D’Alema incarna «il ruolo di una grande forza politica come i Ds».
- Mario Lancisi