ARCHIVIO il Tirreno dal 1997

La memoria tradita


Per anni a Pisa il 7 maggio è stato giorno di cortei. Nel ’77 per esempio sui lungarni sfilarono più di 10mila persone, nel ’78 lo stesso. Perché era il 7 di maggio - una domenica - la mattina in cui un ragazzo di 21 anni, Franco Serantini, morì, nel carcere don Bosco. Ucciso dalla polizia. L’anno era il 1972. Nel nome di quel ragazzo - che da subito divenne un simbolo - si costituirono presto comitati e circoli; sulla storia di quel ragazzo fu scritto un libro (“Il sovversivo” di Corrado Stajano) e si cominciò a girare un documentario che però non uscì mai. Bloccato perché scomodo. E in memoria di quel ragazzo nel ’79 nacque una biblioteca: la Bfs, Biblioteca Franco Serantini, appunto. A Pisa, naturalmente. Con sede prima nella centrale via San Martino, poi in zona Cisanello, al pian terreno del complesso scolastico Concetto Marchesi.
 Ma ora quella biblioteca, che anno dopo anno è cresciuta e si è ampliata fino a mettere insieme un patrimonio di documenti sulla storia sociale e politica italiana degli ultimi centocinquant’anni, ora quella biblioteca rischia di chiudere. Ha ricevuto una specie di sfratto. La Provincia, proprietaria dei locali, deve effettuare dei lavori urgenti per adeguare l’edificio alle norme anti-sismiche, e così libri, foto e giornali dovranno essere trasferiti. Cosa difficilissima, però, perché si parla di migliaia di volumi, di manifesti dell’Ottocento ridotti a veli, di vecchie lettere ingiallite, di foto, di riviste, di videocassette, insomma di documenti delicati da maneggiare. Di tanti, tantissimi documenti.

Franco Serantini era un ragazzo che amava leggere, aveva anzi una vera passione per la lettura. L’idea della biblioteca è venuta per questo: perché era un modo - dice Franco Bertolucci, il direttore - per continuare a mantenere vive le passioni di quel ragazzo. Serantini ritagliava gli articoli di giornali e riviste che lo incuriosivano, la sua camera in piazza San Silvestro era tutta ingombra di quei ritagli, ed era piena di volumi, accatastati anche per terra. La camera era una stanza dell’istituto Thouar, un centro per il recupero di minori disadattati, un riformatorio insomma: Franco era lì non perché avesse fatto qualcosa di sbagliato, ma perché non si sapeva dove metterlo. Era un trovatello, un figlio di nessuno, e l’unico spazio per quelli come lui, una volta cresciuti, erano i centri così, i riformatori.
 Del resto di istituti il giovane aveva una bella esperienza: nato a Cagliari nel ’51, viene subito abbandonato in brefotrofio e vi resta due anni. Poi lo adotta una famiglia di siciliani, ma la madre muore e il piccolino è affidato ai nonni. La famiglia però si sfalda sotto il peso di disgrazie e migrazioni, e il bimbo torna in istituto. Nel ’68 lo trasferiscono a Firenze e poi finisce a Pisa nell’istituto-riformatorio, in regime di “semilibertà”: esce, va a scuola, fa la sua vita, ma la sera deve rientrare.
 Così Franco - che si chiamava poi Francesco - entra in contatto con gli ambienti politici locali: frequenta le sedi della Fgci e dell’estrema sinistra finché approda, nel ’70, al gruppo anarchico “Giuseppe Pinelli”. Sono anni caldi, quelli, e Pisa, per quanto sia una piccola città di provincia, è una delle capitali della contestazione. Qui nasce Potere operaio, e poi il giornale Lotta Continua, e Avanguardia operaia, il gruppo del Manifesto; qui c’è un’università di prestigio e il movimento studentesco è forte, quello anarchico pure.
 Sono anni di scontri, di violenze, di contrapposizioni dure. Nel ’69 sul lungarno Gambacorta un altro giovane - Cesare Pardini - muore, colpito da un candelotto lacrimogeno, dopo una manifestazione: per la questura è infarto ma l’autopsia dice che ha una costola rotta e un trauma contusivo alla regione cardiaca. E c’è già stato quel precedente della “Bussola”, la sera di San Silvestro del ’68: quel colpo di pistola a un ragazzino (ha 16 anni), Soriano Ceccanti, che protesta “contro il divertimento dei borghesi”: la polizia spara “per difendere le pellicce”, si accusa, e Ceccanti resta paralizzato.

Serantini frequenta una scuola di contabilità, è un ragazzo alto con i capelli ricci e porta occhiali dalle lenti spesse. E’ rimasto molto colpito dalla strage di Piazza Fontana, parla sempre di Pinelli e di Valpreda. Nel 1972 siamo in campagna elettorale: il 5 maggio a Pisa è in programma il comizio di Giuseppe Niccolai, deputato del Movimento sociale. Lotta Continua organizza una contro-manifestazione («i fascisti non devono parlare»), gli anarchici aderiscono: Franco Serantini va in piazza, ma per conto suo: «Ci andai come cane sciolto», dirà poi nell’interrogatorio. La situazione però si fa presto incandescente, la protesta degenera in guerriglia urbana: lacrimogeni, grida, gente che corre, fumo, oggetti che volano, barricate fatte di macchine bruciate e tabelloni pubblicitari.
 Serantini è sul lungarno Gambacorti quando una colonna di jeep - con sopra i celerini arrivati da Roma - abbatte una di quelle barricate. Non scappa, chissà perché, e presto si trova circondato dalla polizia, che comincia a pestarlo: sono una quindicina - raccontano alcuni testimoni - e lo colpiscono con furia. Tanto che altri poliziotti s’intromettono: “basta, basta, lo ammazzate”, gridano.
 Il ragazzo viene caricato su una camionetta e portato prima in caserma, poi al Don Bosco. Il giorno dopo l’interrogano: Franco dice che sta male ma per il medico non è niente di serio. Serantini trascorre una notte di agonia, la domenica mattina lo portano al pronto soccorso. Troppo tardi. Alle 9,45 muore.
 Le autorità carcerarie tentano di farlo seppellire subito, ma l’incaricato del Comune non dà l’autorizzazione. E la notizia della morte di un ragazzo, massacrato dalla polizia, fa immediatamente il giro della città, e poi il giro d’Italia. Il 9 maggio ai funerali la gente è tanta. Il 13 Lotta Continua indice una manifestazione a Pisa: al termine del corteo, in piazza San Silvestro, dove abitava Serantini, parlano l’anarchico Gianni Landi e Adriano Sofri. In quell’occasione - secondo il pentito Leonardo Marino - il leader di Lc, dopo essersi consultato con Pietrostefani, avrebbe dato a Bompressi l’ordine di uccidere il commissario Calabresi.
 All’ingresso di palazzo Thouar viene apposta una lapide in ricordo di Franco. Ma la città è ferita e «drammaticamente tagliata in due», come dice Bertolucci. Serantini è già un simbolo. Poi diventa parte della storia pisana. Gli amici di scuola e del lavoro lanciano la proposta della biblioteca. Nel ’79 l’apertura.

Il primo fondo viene da un operaio anarchico di Santa Croce sull’Arno, Gino Giannotti, un operaio autodidatta che ha messo insieme 1500 volumi e opuscoli: di storia, filosofia, sociologia, storia delle religioni. Si andrà avanti su questo modello: la Bfs è costruita al 98 per cento sulle donazioni.
 Anno per anno la biblioteca cresce e si specializza fino a diventare un centro di documentazione importante sulla storia italiana da metà Ottocento a oggi: un occhio sul movimento anarchico ma anche su quello operaio e studentesco, sulla Resistenza ma anche sull’immigrazione, sul partito comunista ma anche sull’Msi, sul femminismo e sulla storia locale. «Un’istituzione culturale aperta a tutti, non l’espressione di un partito o di un circolo politico», precisa Bertolucci.
 Oggi ci sono 1025 metri di scaffali pieni, e due garage colmi di scatoloni: 30mila libri e opuscoli, centomila documenti d’archivio, foto, videocassette, tomi in edizione rara, volantini ciclostilati degli anni ’70. Più un’emeroteca con oltre 3500 testate e un archivio. Un patrimonio che la Sovrintendenza ai beni archivistici ha definito “d’importanza storica nazionale” E il materiale continua a crescere. Tra gli ultimi arrivi ci sono i 55 scatoloni giunti per nave da San Francisco: migliaia di volumi e opuscoli che appartenevano a un gruppo di operai italiani emigrati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, operai impegnati nelle battaglie civili, operai partiti con due valigie, una per i vestiti, l’altra per i libri. Il calabrese Joe Cono, erede di tutte quelle carte, ha voluto che tornassero in Italia, e ha scelto la Bfs.
 Oggi le stanze del complesso Marchesi sono frequentate da professori, studenti, stagisti: negli ultimi mesi a cercare materiale sono arrivati anche dei ragazzi da Brasile, Spagna, Argentina.

Eppure non è che la biblioteca riceva tanti aiuti pubblici. E’ solo la Provincia che le dà una mano: fornisce i locali più un contributo economico di 15mila euro l’anno; la Bfs - in base a una convenzione che scade a fine gennaio - s’impegna a tenere aperta la consultazione per 36 ore alla settimana e a fornire gratis una serie di servizi. Quasi certamente la convenzione sarà rinnovata, ma il problema dei locali sta diventando pressante.
 Una tegola a ciel sereno. «A settembre - racconta Graziella Petronio, moglie di Bertolucci - un venerdì arrivarono degli operai e ci comunicarono: ‘lunedì cominciamo i lavori, dovete sgomberare’ ‘Quali lavori?’ cascammo dalle nuvole. Non sapevamo niente, nessuno ci aveva avvertito. ‘E dove mettiamo i libri?’ chiesi. Nessuno ci rispose».
 «Scrivemmo alla Provincia - aggiunge Bertolucci - e alla Sovrintendenza. E cominciò uno scambio di lettere. La Provincia fu molto dura con noi: minacciò azioni legali se avessimo ostacolato i lavori. Ma la Sovrintendenza fu dura con la Provincia: ‘Il trasferimento del materiale - scrisse - deve essere autorizzato e concordato con noi ed effettuato in modo corretto’».
 Risultato: l’ente locale ha concesso sei mesi-un anno per lasciare le stanze. Conclusi i lavori, i libri potranno tornare. «A questo punto un trasloco vorremmo farlo sì - dice Graziella - ma definitivo. C’è bisogno di un’altra sede, qui non ci stiamo più. Abbiamo chiesto aiuto al Comune che sta vendendo le sue proprietà, vorremmo comprare ma a condizioni agevolate. Ci hanno risposto picche».
 Che ci siano dietro motivazioni politiche? «Non credo, mi pare che ci sia piuttosto superficialità e poca attenzione per i beni culturali - nota Bertolucci - tanto più che le varie Finanziarie continuano a tagliare fondi».
 Eppure la Bfs dovrebbe essere considerata una ricchezza. Tanto più che non si tratta solo di una biblioteca e di un’emeroteca: Bfs è anche una casa editrice, che ha da poco pubblicato un grande dizionario sugli anarchici. E poi ci sono gli incontri, i seminari, le presentazioni di libri. In più la biblioteca ha rappresentato un’opportunità per tanti ragazzi che qui si sono specializzati nella catalogazione della “letteratura grigia”, quella cioè fatta di volantini, manifesti, lettere. E sempre collegata, c’è una cooperativa - la Libercoop - che offre servizi agli archivi e organizza mostre e convegni.
 Ora la Bfs lancia un appello che è un vero sos: servono soldi per una nuova sede: «E’ faticoso conservare la memoria - nota Bertolucci - ma senza storia una comunità non ha futuro». Intanto altre città, anche fuori dalla Toscana, si sono candidate per accogliere il patrimonio di carta. «Lasciare Pisa sarebbe una tragedia - dice Graziella Petronio - però....»
- Gemma Vignocchi