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Accusati di truffa i dirigenti One Comm

 PIOMBINO. Dodici miliardi di lire (6 milioni e 197mila euro) è quanto lo Stato rivuole indietro da Enrico Giuliano e Gian Andrea Tavecchia, rispettivamente amministratore delegato e responsabile legale della “One Comm”, la fabbrica di telefonini che nel 1999 aprì la sua sede a Montegemoli e solo un anno dopo svanita nel nulla.
 Domani il giudice della Corte dei Conti di Firenze, Paolo Crea, è pronto ad ascoltare le osservazioni che i due dirigenti dell’azienda saranno in grado di muovere ad un voluminoso dossier sull’attività della “One Comm” messo insieme, in oltre due anni di indagini, della Guardia di finanza. Materiale che, oltre a consentire l’apertura dell’inchiesta della magistratura contabile, è finito anche sui tavoli della procura della Repubblica di Roma, che nel 2000 ha aperto un’inchiesta nei confronti di Giuliano e Tavecchia per violazione degli articoli del codice penale 640 bis (truffa aggravata) e 316 bis (malversazione ai danni dello Stato per non aver impiegato i finanziamenti erogati per i fini per i quali erano stati concessi). I due sono indagati anche per violazione del testo unico delle leggi doganali, cioè per contrabbando.
 Il progetto “One Comm”, che prevedeva un investimento complessivo di 16 miliardi e 909 milioni di lire, fu finanziato dallo Spi, poi diventato Sviluppo Italia, con un primo contributo a fondo perduto di 3 miliardi e 700 milioni di lire. Successivamente lo Spi accettò di partecipare ad aumenti di capitale, acquisendo nuove azioni che tuttavia non hanno mai superato la quota del 47%. Nelle mani della “One Comm” finirono così altri 7,4 miliardi di lire che l’azienda avrebbe però dovuto restituire in tre anni.
 Secondo gli accordi, la “One Comm”, una volta che la produzione di cellulari fosse arriva a regime, avrebbe dovuto assumere 200 persone. Così le cose non sono andate. L’azienda aprì i battenti a Montegemoli con una decina di persone e una produzione irrisoria di telefonini, che in realtà già non sembravano in grado di affrontare il sofisticato mercato dominato dalle grandi aziende. Nel frattempo la “One Comm” operò una riduzione del capitale, oggi diventato inesistente.
 Ritardi nel pagamento del personale, difficoltà a pagare le fatture dei fornitori sono stati i primi segnali da cui è partita l’indagine della Guardia di finanza di Piombino, che nel 2000 effettuò accertamenti sia nella fabbrica di Montegemoli che nella sede di Milano.
 Che cosa c’era davvero del capitale che la “One Comm” diceva di avere investito. Le sorprese non sono mancate. Una di queste eclatante. L’azienda aveva dichiarato allo Spi un investimento di oltre 8 miliardi di lire (la metà dell’intera spesa prevista) per l’acquisto di software necessari a far funzionare le macchine. Quando ne è stata richiesta la prova, sono arrivati solo tre floppy del valore di qualche milione di lire. In più, a quanto pare, i macchinari impiantati dall’azienda a Montegemoli non avrebbero avuto neppure bisogno di software per funzionare.
 C’è poi il giallo dei macchinari. La “One Comm” ne avrebbe acquistato in realtà solo uno e di seconda mano. Il resto lo avrebbe preso a leasing. E tutte le fatture farebbero capo a due società svizzere collegate alla stessa “One Comm”. Fatture fittizie, ritengono dunque gli inquirenti, che hanno fatto muovere nei confronti di Giuliano e Tavecchia anche l’accusa di contrabbando.
 Ma che fine hanno fatto i capitali “One Comm” e i 12 miliardi di lire versati dallo Spi? Qualche mese dopo il sopralluogo della Guardia di finanza negli uffici di Milano, dalla fabbrica di Montegemoli sparì l’insegna e i cancelli furono chiusi, dentro sono rimaste solo attrezzature di poco valore. Neppure il Comune, che aveva affittato il capannone per consentire un più rapido insediamento della fabbrica, ha ricevuto una lira dell’affitto pattuito.
 Risalendo gli intrecci tessuti dai dirigenti “One Comm” si arriva tuttavia ad una società lussemburghese, vera proprietaria del pacchetto di maggioranza. Impossibile andare oltre. Giuliano è infatti cittadino svizzero e, senza una rogatoria, è impossibile penetrare nei segreti bancari di quel paese. La Corte dei Conti potrebbe dunque ordinare il sequestro di tutti i beni immobili e finanziari dei due dirigenti “One Comm”, sempre ammesso, dopo tutti questi anni, di trovare ancora qualcosa.
Giorgio Pasquinucci