Morto Chevrier, maestro dell'altra Livorno

LIVORNO. E' morto all'età di 85 anni, nella casa del figlio a Livorno, il pittore Ferdinando Chevrier. Da anni ormai viveva a Milano. Rappresentò con Nigro, Marchegiani, Berti, Secchi, Fornaciari e più tardi Sirello e Campus, il drappello di punta (gravitante attorno al gallerista Bruno Giraldi) «l'altra Livorno», quella in aperta collisione con l'arte di tradizione postmacchiaiola, non di rado impastata di troppo mestiere. Chevrier ha mantenuto costante la sua linea nella ricerca artistica da quando appena trentenne aderì al Movimento Arte Concreta - promosso da Monnet, Munari, Soldati e Dorfles - fino alla fine dei suoi giorni.
Un maestro di "un'altra Livorno", che non a caso ha poi vissuto a Milano (negli ultimi tempi, malato, si era poi trasferito nella casa del figlio, dove domenica è scomparso) come Mario Nigro con cui aveva condiviso anche iniziali esperienze espositive: quella Livorno che trovò il suo riferimento nell'attività espositiva appunto di Giraldi e che interessò ugualmente non a caso una gallerista come Fiamma Vigo, punto d'incontro di nuovi fermenti nel suo spazio fiorentino "Numero", ma che di fatto si affermò altrove, come dimostra la presenza da protagonista dell'artista livornese nella mostra "Astrattismo storico lombardo" tenuta a Milano nel 1987.
Chevrier iniziò il suo percorso in un rigore geometrico ulteriormente raffreddato dalle gamme cromatiche, per trascorrere poi al più vitale gesto informale che ha continuato a caratterizzare tutto il suo lavoro successivo: come felicemente ha riassunto in un centinaio di opere la mostra organizzata dal Comune di Livorno in collaborazione con la galleria Giraldi tra la fine del 2002 (l'inaugurazione fu ai primi di novembre) e gli inizi del 2003.
Un omaggio giusto e per fortuna questa volta non è stato tardivo.
Un frammento - come definirono i critici quella mostra - che si estende virtualmente all'infinito. Nel «nuovo» modo di concepire l'arte figurativa compito del dipingere era secondo Chevrier far coincidere il quadro con il tempo di esecuzione. Una pittura che documenta se stessa, con una coraggiosa scelta «di campo» che Ferdinando Chevrier ha compiuto con la sua adesione al Mac, appunto, il più ampio e organizzato gruppo che si sia dedicato all'arte astratta e in seguito all'informale.
La mostra, intitolata «Ferdiando Chevrier: vivere l'immaginario», ai Bottini dell'Olio, portò al pubblico oltre 100 opere presentate.
Una stagione ampia dell'artista livornese, che Alberto Veca definì come una raffinata «variazione su tema del segnare le proprie coordinate esistenziali».
Percorrendo il salone della mostra, con le opere di Chevrier (1920) divise in tre sezioni a partire dai tardi anni 40, si poteva notare come nella recente produzione emergeva, sul fondo tutto colore, una figura centripeta che si converte in una calligrafia lineare in cui prevaleva il verso della scrittura rispetto alla fisionomia del singolo segno.
Tra i principali animatori del panorama artistico livornese a cavallo tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, Chevrier fece una ricerca astratta vicina alle poetiche dell'informale.
Di lui resteranno i ricordi nei libri della storia dell'arte come di uno dei più importanti artisti di quel secolo d'oro che è stato il Novecento. E Livorno ha avuto un'importanza fondamentale.
Antonella Capitanio