Lo sconto fiscale? Azzerato


ROMA. Il vaglio tecnico sulla Finanziaria emendata dal Senato svolto dal Servizio Bilancio della Camera (che è l'ufficio incaricato di fornire i dettagli per valutare le leggi su cui pronunciarsi) ha rilevato, con i numeri, quello che in sede politica da tempo si andava ripetendo: il taglio delle imposte non c'è.
O meglio, c'è una riduzione dell'imposta sui redditi ma c'è un contestuale inasprimento di altre tasse che azzera completamente lo sconto fiscale.
La relazione del Servizio Bilancio resa nota ieri chiede al governo chiarimenti: come mai la pressione fiscale stimata dal governo "prima" del taglio dell'Irpef (41,2%) è identica a quella iscritta nei documenti di bilancio "dopo" il taglio dell'Irpef? La risposta che il governo potrà dare è naturalmente scontata: insieme a quel taglio sono state introdotte nuove misure che incrementano le entrate per altre vie (imposta di registro, bolli, eccetera). Ma in questo modo emerge in maniera incontrovertibile che il taglio delle tasse è, almeno a livello complessivo, nient'altro che un'illusione ottica. A livello personale, in verità, le cose cambiano. Infatti, come è noto, il taglio dell'imposta sui redditi premia in maniera clamorosa i redditi più elevati permettendo risparmi dell'ordine di migliaia di euro, mentre ai redditi medi e bassi ne riserva poche decine. Ciò significa che per i redditi più elevati il vantaggio fiscale rimarrà cospicuo, ma chi ha redditi più bassi e dovrà sostenere i rincari delle altre imposte sicuramente subirà un aumento degli oneri.
Ma la relazione del Servizio Bilancio si spinge anche oltre: rileva come in sede di prima stesura della Finanziaria non fossero stati calcolati alcuni aggravi di imposta (per un ammontare di 5,5 miliardi) e come in sede di "maxiemendamento" (quello che ha introdotto il taglio dell'imposta sui redditi) non si sia tenuto conto dell'effetto negativo sui redditi reali delle famiglie derivante dalle misure di inasprimento fiscale adottate per finanziare quel taglio. Quello che si può leggere fra le righe di queste osservazioni è il profilarsi di un'ipotesi di ulteriore inasprimento della pressione fiscale.
Naturalmente i rilievi dei tecnici della Camera hanno suscitato un serio imbarazzo tra le file della maggioranza. Il relatore di maggioranza, Guido Corsetto (FI), afferma che, comunque, rispetto al 2004 la pressione fiscale scende, proprio come pochi giorni fa ha dichiarato il ministro dell'Economia Siniscalco, dal 41,8 al 41,2%. Pronta la replica di Laura Pennacchi, ex sottosegretario al Tesoro e membro della Commissione bilancio di Montecitorio, che ha ricordato come a luglio scorso, nel documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef), fosse iscritta una previsione di pressione fiscale 2005 al 40,8 e non al 41,2 come è adesso. L'analisi del servizio bilancio - dice Pennacchi - «è la dimostrazione che avevamo ragione».
Al di là di ogni approfondimento tecnico, in ogni modo, resta una certezza acquisibile con il semplice buon senso: mettendo in fila tutte le voci di alleggerimento fiscale introdotte nella Finanziaria (4,3 miliardi di sconti sull'imposta sui redditi e un altro miliardo e mezzo circa fra agevolazioni agricole, sconti per l'autotrasporto e altro) si arriva ad un totale di poco inferiore ai 5,8 miliardi. Mettendo in fila tutte le voci di aumento di entrata (aumento dei bolli e dell'imposta di registro, condono edilizio, studi di settore, aumento degli estimi catastali, Tarsu, sigarette,anticipi di riscossione e altro) si arriva alla somma di 10,2 miliardi, senza contare gli inasprimenti delle imposte locali che sono stati autorizzati per le Regioni in situazione di extradeficit. Dall'intera partita, quello che si può prevedere è che forse davvero la pressione fiscale 2005 sarà un po' più bassa del 2004, ma ciò avverrà soltanto per il venire meno dei condoni e delle una tantum ormai esaurite, perché le tasse, invece, aumenteranno.

Giorgio Ricordy