I COSACCHI A PIOMBINO


U n lettore, A.L. di Piombino, forse nostalgico e non pentito, ma sicuramente spiritoso, mi ha scritto queste poche righe: "Caro direttore, ho atteso per anni che arrivassero i russi. Adesso pare che arrivino davvero. Ma nel frattempo sono diventati capitalisti...".
Il riferimento, lo avrete capito, è alla Severstal di Mosca che, secondo indiscrezioni non ancora ufficialmente confermate, sarebbe intenzionata ad acquistare la maggioranza del gruppo Lucchini. Insomma, i cosacchi potrebbero abbeverarsi presto nelle fontane di Piombino...
La breve letterina, apprezzabile per la sottile ironia, stimola anche un paio di osservazioni. La prima. Lucchini è l'unico produttore siderurgico italiano che non sia finora riuscito a dire grazie a Pechino. A seguito, infatti, dell'incontenibile sviluppo cinese e della relativa, insaziabile fame di acciaio, i colossi del laminato di tutto il mondo, Italia compresa (Arvedi, Marcegaglia), hanno chiuso grassi bilanci. Lucchini, no. Il che dovrebbe spingere a indagare a fondo sulla situazione finanziaria dei singoli stabilimenti, Piombino in testa. Sono questioni antiche che vanno ben al di là degli 86 anni dell'arzillo cavalier Luigi.
Seconda osservazione. A. L. mirabilmente esprime, forse senza saperlo, un sentimento tuttora diffuso nella sinistra italiana: il capitalismo è cosa brutta assai. A meno che non sia di Stato. A meno che, insomma, non risponda a regole proprie (l'ex presidente dell'Iri Petrilli parlava in proposito di "oneri impropri") secondo le quali è cosa buona e giusta accendere debiti e accumulare perdite che poi l'intera collettività - o meglio: quella parte di essa che paga le tasse - è chiamata ad accollarsi non si sa bene perché.
Ora, piaccia o no, il capitalismo di Stato all'italiana - che pure ha fatto la fortuna di questo Paese negli anni Cinquanta e Sessanta, ma poi ha contribuito al suo colossale indebitamento - si è molto ridotto, e nella siderurgia addirittura non c'è più. Peraltro, non si vedono all'orizzonte altri gruppi privati italiani disposti a crescere ancora. E dunque logica vorrebbe - logica sociale, industriale, finanziaria - che se c'è un privato, russo o australiano che sia, naturalmente finanziariamente solido e rispettoso della democrazia e dei diritti sindacali, disposto a scommettere su uno stabilimento di casa nostra che altrimenti rischierebbe la chiusura o il crac, bisognerebbe fargli ponti d'oro. D'acciaio, almeno.

Bruno Manfellotto