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  Cattivi odori: a volte ritornano ma non ci sono leggi per contrastarli


 AVENZA. A volte ritornano. Una volta, i più bravi, li distinguevano al volo: il puzzo della Coke, l’olezzo della Farmoplant, il miasma della Enichem. Oggi, che dell’industria chimica è rimasto solo il ricordo, i cattivi odori non sono finiti. Nella zona di via Dorsale sono una costante: più o meno forti, più o meno insopportabili, quasi sempre percepibili. Ogni tanto, si irradiano però nelle zone limitrofe. Avenza, Alteta, a volte Marina di Carrara. «Senti che puzza, è il Cermec», dice la gente. Il consorzio pubblico «che accetta rifiuti per trasformarli in risorse», però, replica secco: no, non siamo noi, guardatevi attorno, ci sono altre aziende che potrebbero ammorbare l’aria. Abbiamo provato a capirne di più e abbiamo scoperto almeno una cosa, che la lotta ai cattivo odori è difficilissima: non ci sono normative specifiche che regolano la materia, inesistenti soglie di legge e parametri di riferimento. Le armi in mano ai controllori sono spuntate. I cattivi odori, insomma, dobbiamo tenerceli.
 Partiamo dal Cermec, primo indiziato quando si parla di odori nauseabondi. Il consorzio ricicla i rifiuti organici (residui alimentari, piante tagliate ecc.) di tutta la provincia, producendo compost. Logico che si pensi che i miasmi vengano da lì.
 L’impianto, però, si è dotato negli ultimi anni di strutture e procedure mirate proprio a ridurre l’emissione in atmosfera di molecole puzzolenti. «I capannoni di deposito e trattamento dei materiali - spiegano dal Cermec - sono dotati di un impianto di aspirazione dell’aria e di un sistema di biofiltrazione. L’aria e le sostanze odorose in essa contenute, vengono aspirate e fatte passare attraverso un filtro che non utilizza agenti chimici ma biologici. In pratica, strati di legno speciali che purificano l’aria prima della sua immissione all’esterno».
 L’impianto di produzione del compost, dunque, assicura il suo portavoce, è protetto. Non lo è - lo afferma l’Arpat e lo riconosce il Cermec stesso - un’altra fase dell’attività del consorzio, quella delle operazioni di carico dei rifiuti inorganici (i sovalli) sui camion. Una fase che comporta la movimentazione dei rifiuti e, quindi, produzione di odori.
La puzza viene da lì? Possibile, anzi probabile. Il Cermec ammette che in quella fase di lavorazione non ci sono ancora sistemi di contenimento e isolamento ma aggiunge che - ad ogni modo quegli odori non sono nocivi - e che con il Piano rifiuti provinciale si potrà investire anche su quel segmento del trattamento rifiuti.
 Non lontano dal Cermec c’è un’altra azienda «indiziata», la Essebi, di Gianfranco Lorieri. Il quale esibisce alibi a prova di naso: «Fra le nostre attività, c’è il trattamento di una piccola quantità di compost verde, che non produce odori cattivi, e quella di stoccaggio di altri rifiuti, come il cemento amianto o le traversine dei treni, che proprio non hanno odore. Insomma, non siamo noi ad appestare l’aria, e poi, francamente, non abbiamo mai ricevuto lamentele di questo genere».
 Ma chi controlla le emissioni in atmosfera di prodotti nauseabondi? L’Arpat, in primo luogo. L’agenzia regionale per la protezione ambientale riceve segnalazioni dai cittadini sulla diffusione di miasmi e cerca di intervenire come può. Chiaro, però, che se la telefonata arriva, supponiamo, alle 9 e i tecnici giungono sul posto un’ora dopo, la situazione può essere già radicalmente cambiata. «Sì, è così», dice la dottoressa Laura Balocchi, responsabile dell’Agenzia di Massa e Carrara: «La percezione di cattivi odori dipende dalle condizioni meteo, dal vento, dall’umidità ed è molto mutevole».
 Il problema di fondo, però, è che non esiste una legge specifica che sanziona chi produce cattivi odori. Se per la dispersione di sostanze più o meno nocive nelle acque di un torrente o nel terreno, i controllori prelevano campioni nel luogo sospetto e poi li analizzano per stabilire se contengono sostanze inquinanti, con l’aria è tutto più difficile, indiretto, legato alla percezione soggettiva. In verità, dicono all’Arpat, esistono alcune metodologie per la misurazione degli odori. Il fatto è che queste procedure, peraltro abbastanza complesse, non vengono utilizzate, perché manca una normativa specifica in materia. Esiste, per ora, solo una direttiva della comunità europea che ha messo a punto un panel per la rilevazione dei cattivi odori, finora non recepita dall’Italia.
 La lotta all’inquinamento olfattivo si combatte perciò su un altro fronte. «Noi i controlli al Cermec e alle altre aziende li facciamo, eccome. Verifichiamo che le procedure di trattamento dei rifiuti siano corrette, che vengano adottati tutti gli accorgimenti a tutela dell’ambiente e della salute pubblica. È attraverso questo lavoro che, indirettamente, si contrasta la diffusione in atmosfera dei cattivi odori». Sarà, ma a volte, ritornano.
- Claudio Figaia